Monti Invisibili


063 Barbarano Romano

062 Stazione di Blera

061 Ponte del Diavolo

060 Blera

059 Ponte del Diavolo

057 Biedano Quarta Mola

056 Biedano verso Blera

055 Biedano Terza Mola

054 Biedano Terza Mola

051 Biedano Seconda Mola

050 Funghi ganoderma

048 Fosso del Neme

044 Scalinata del Cervo

043 Scalinata del Cervo

041 Scalinata del Cervo

039 Le Palazzine

036 Tumulo del Caiolo

035 Tombe a Portico

031 Chiesa di San Giuliano

026 Chiesa di San Giuliano

023 Poggio Caiolo

020 San Giuliano mura

019 Tomba Rosi

018 Tomba

017 Tomba Gemini

016 Piazzetta funeraria

014 Tomba Costa

011 Tumulo Cima

007 Tumulo Cima

005 Calatore di Pisciarello

003 Fontanile del Pisciarello

001 Barbarano Romano
Parco Regionale Marturanum, 22 dicembre 2014. Esattamente a un mese dalla splendida avventura in territorio falisco (vedi Anello del Treja), volgo nuovamente gli scarponi verso antichi sentieri, alla scoperta questa volta di quel tormentato territorio rupestre della Tuscia viterbese compreso fra Barbarano Romano e Blera che conserva un’incredibile quantità di risorse ambientali e storiche, e uno dei più ricchi siti archeologici dell’Etruria: la necropoli etrusca di San Giuliano.
E siccome che a me non piace fare le cose facili, evito di arrivare con l’auto davanti al cancello di accesso, ma strologo un anello che mi porterà a percorrere oltre ventiquattro chilometri fra remote tombe, profonde forre e oscure tagliate, e ad addentrarmi in un territorio tanto selvaggio quanto affascinante.
E’ uno dei giorni più corti dell’anno e il sole sta appena sorgendo da qualche parte mentre da Barbarano Romano vengo risucchiato da un’ancora tenebrosa tagliata che presto mi reca all’umido Fontanile del Pisciarello. Varco un antico ponte ed eccomi già avvolto nella suggestione del Calatore del Pisciarello. Mi avventuro non senza timore nella cupa tagliata, fra le buie pareti tufacee crivellate di grotte e di antiche tombe.
Eccomi infine all’aria aperta e una combinazione di tratturi, guadi, carrarecce e strade mi porta in breve all’ingresso della necropoli etrusca di San Giuliano, probabilmente la più ricca e importante della Tuscia per la varietà di monumenti architettonici funerari: a tumulo, a facciata rupestre, a dado, a semidado, a nicchia, a camera sotterranea.
Mi introduco con rispetto nelle oscure cavità e la solitudine rende ancora più emozionante il sentore dell’antica civiltà italica: lo splendido Tumulo Cima, traforato di tombe, la grande tomba Costa e ancora la Gemini e la Rosi; ma ovunque occhieggiano fregi, frontoni, finte porte e altre caverne e purtroppo è evidente il notturno e distruttivo lavoro dei tombaroli.
Torno sui miei fangosi passi e un guado mi reca sotto le medievali mura che cingono il pianoro di San Giuliano, dove l’omonima chiesa romanica domina solitaria l’altopiano – probabile sito dell’abitato etrusco di Marturanum – accompagnata da presso da un’antica cisterna romana.
Un rapido spuntino ed è tempo di volgere verso Poggio Caiolo per esplorare un altro importante gruppo di monumenti funerari. Una tagliata, un guado, sentieri che sono cenge scavate nel tufo ed ecco in rapida sequenza, solo per citare le più rilevanti, la tomba a due piani, le rupestri Tombe a Portico, il Tumulo del Caiolo, la Tomba dei Letti, le Palazzine, la Tomba della Regina e infine la mitica Tomba del Cervo.
Qui una ripida scalinata incassata nella roccia dovrebbe riportare inciso quello che è stato scelto come simbolo del parco: un cervo assalito da un lupo. Ma la zona è stata interessata da un crollo e in teoria è anche chiusa alla visita. Scavalco, m’inerpico, m’intrufolo e finalmente in alto sulla parete sinistra della scivolosa scalinata appare l’antico bassorilievo. Una passeggiata in questi boschi e fra queste forre è veramente come sfogliare un libro di storia.
Alto su una rupe tufacea è tempo di una sosta e un panino, ma se voglio portare a termine il programma devo darmi una mossa. Eccomi allora in marcia nel Fosso del Neme. Tombe, grotte, fregi e frontoni si aprono ovunque nelle alte pareti rigogliose di flora e dense di un fascino malinconico, mentre rari bolli rossi confortano il mio cammino.
Tratti di sentieri evidenti e spediti si alternano ad altri di selva intricata e difficoltosa; qualche guado, lo zaino si riempie di foglie e sterpi, che scendono giù fastidiosi anche lungo la schiena; le gambe e le braccia si reticolano di graffi. Nel silenzio di questa incisa gola tufacea, mai come questa volta ho avvertito vicina la magica presenza dell’antica civiltà tirrenica.
Ecco la confluenza del Neme nel Fosso del Biedano. Almeno cinquanta metri di pareti tufacee sfilano in alto e l’ormai incipiente pomeriggio induce una suggestiva oscurità nella profonda forra costellata di dighe, cunicoli, mulini, grotte e cave, il tutto avvolto da una lussureggiante vegetazione di liane e di erbe.
Varco tre dirute e muscose mole da dove l’acqua scende a cascata, procedo in bilico sui loro scivolosi muri. La valle finalmente si allarga, appare in alto il moderno ponte in cemento e appena sotto l’antico ponte romano detto, come al solito, del Diavolo.
Una rapida salita fra dismesse cantine, che furono tombe, mi porta a una breve visita di Blera per giungere infine alla sua abbandonata stazione e all’altrettanto abbandonata strada ferrata Capranica – Civitavecchia.
Con le gambe recalcitranti percorro i quattro chilometri scarsi verso Barbarano lungo la lieve ma micidiale salita ferroviaria che costeggia cinquanta metri più in alto il percorso dell’andata.
Nel crepuscolo incipiente il sole arrossa definitivamente le antiche mura e il bizzarro torrione cilindrico di Porta Romana, quando giungo finalmente in paese, in tempo per un tè, una birra e un pacco di patatine.
