Monti Invisibili

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Montagne di mezzo
Da sempre appassionato di montagna e alte quote, negli ultimi anni i miei passi hanno seguito una discesa altimetrica, registrando un aumento dell’interesse per le medie altezze. Territori, a mio parere, dove è ancora possibile, anche nel nostro Paese, respirare quell’anelito di avventura che manca ai congestionati fondovalle e spesso anche all’alta montagna, divenuta parco di divertimenti per attività turistiche e sportive.
Non potevo farmi sfuggire, quindi, questo saggio di Mauro Varotto, docente di Geografia all’Università degli Studi di Padova e coordinatore del Gruppo Terre Alte del Comitato scientifico centrale del Club Alpino Italiano.
Un testo che analizza il ruolo, il passato e il futuro di ambienti ormai in gran parte spopolati e dimenticati, che costituiscono però oltre il 23% della penisola: quasi il triplo di quelli di alta montagna (oltre i 1.500 metri di quota). Terre dove l’uomo nei secoli è stato una presenza attiva e costante, plasmando il territorio con vie di comunicazione, abitati, infrastrutture (si pensi alle migliaia di chilometri di muretti a secco e di terrazzamenti) in gran parte ormai abbandonati e marginali. Questo generando un processo di inselvatichimento che da una parte ha determinato una riforestazione spontanea, con vantaggi compensatori in termini di CO2, dall’altro anche problematiche di riduzione di biodiversità, instabilità dei versanti, aumento del rischio di incendi.
Varotto individua in questa media montagna (per noi camminatori solo un formidabile terreno di gioco) un ruolo cruciale anche per la pianura e per le terre alte, a patto di rivalutare l’elemento umano, parte integrante di tale natura e non solo elemento impattante. Una sorta di laboratorio, quindi, per modelli di sviluppo alternativi.
Un luogo dove tornare ad abitare ridando vita a un ambiente montano che invece nelle più alte quote ha assunto solo una funzione conservativa – la wilderness, valutata sempre acriticamente positiva – o al contrario ludica e turistica.
Da questo punto di vista Varotto compie una distinzione fondamentale fra montuosità e montanità. La prima identifica il mero elemento fisico: altimetrico e di pendenza; la seconda la dimensione abitata, culturale e sociale della montagna, la risposta dell’uomo alle caratteristiche di montuosità: una sorta di dialogo aperto con il territorio, capace di renderlo vivo e sostenibile.
Un saggio non difficile – ma neanche amena lettura – che apre il cammino a ulteriori riflessioni.

 

“Questi criteri, pur nella loro semplicità, suggeriscono due questioni importanti: prima di tutto che la media montagna è di gran lunga la fascia montana prevalente in termini di estensione sul territorio nazionale; in secondo luogo, essa mette in risalto la dimensione appenninica della montuosità”.

 

“Pur con le differenze legate all’adozione di diverse definizioni statistiche e metodi differenti di misurazione nel corso dei decenni, tutte le fonti sostanzialmente concordano nel registrare un raddoppio della superficie boschiva italiana nell’arco di soli cinquant’anni (da circa 5,5 a oltre 11 milioni di ettari tra 1959 e 2020), addirittura triplicata se si fa riferimento al minimo storico raggiunto a fine Ottocento. Il “bosco” ricopre ormai un terzo de territorio nazionale, ma oltre i due terzi delle montagne di mezzo: circa la metà di tale copertura è situata nella media montagna compresa tra 600 e 1.500 metri di quota, ma i picchi percentuali più elevati si collocano in quella “montagna invisibile” statisticamente annoverata nella ascia collinare compresa tra 300 e 600 metri sul livello del mare, il cui utilizzo da parte dell’uomo è definitivamente cessato dal secondo dopoguerra”.

 

Mauro Varotto, Montagne di mezzo, Einaudi
 

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