Monti Invisibili
Traversata dei Lucretili 
Quota 1.368 m
Data 28-29 aprile 2007
Sentiero parzialmente segnato
Dislivello 1.519 m
Distanza 31,34 km
Tempo totale 15:15 h
Tempo di marcia 11:45 h
Cartografia Il Lupo Lucretili
Descrizione Primo giorno (10,55 h, +1.247 m, -762 m, ~20 km): da Scandriglia (535 m) per il Convento di San Nicola (700 m, +30 min.), colle Vallepecoraro (954 m), monte Serrapopolo (1.180 m, +1,50 h), fonte Valle Pietra (1.100 m), fonte Sambuco, monte Pellecchia (1.368 m, +2,50 h), pizzo Pellecchia (1.327 m, +30 min.), la forcella di Civitella (1.120 m), casale Capo di Porco (1.050 m, +1 h), sotto monte Guardia, il fontanile alto di Campitello (1.045 m, +1,05 h) e quello basso (1.025 mt, +5 min.), dove abbiamo allestito il campo.
Secondo giorno (4,20 h, +272 m, -992 m, ~11 km): da Campitello per il Pratone, monte Gennaro (1.271 m, +1,55 h), il colle del Tesoro (1.050 m, +50 min.), la Scarpellata e Marcellina (300 m, +1,10 h).
Traversata gestita con due automobili. Sentieri abbastanza evidenti tranne problemi di orientamento fra il Serrapopolo e la fonte del Sambuco: alla fonte di Valle Pietra seguire la carrareccia verso nordovest verso la fonte Sambuco. Avvistati un branco di cinghiali e una faina.
 
06 Lucretili log

Traccia GPS

07 Lucretili dislivello
033MonteGennaro.JPG031VersoMonteGennaroirissabina.JPG026IlPratone.JPG022Campitello021Campitello019Campitello017Campitello014CampitelloHDR012CasaleCapodiPorco010VersopizzoPellecchia.JPG009MontePellecchia.JPG007VersomontePellecchia.JPG006MonteSerrapopolo.JPG003ConventodiSanNicola.JPG002Scandriglia.JPG001Scandriglia.JPG
Una passeggiata nei boschi. L'ingresso settentrionale del parco dei Monti Lucretili non è lontano da Roma, ma raggiungere l'abitato di Scandriglia attraverso le tortuose strade campestri della parte reatina del massiccio, estranea dalla città più di quanto la distanza fisica lascerebbe credere.
Un'occhiata alla carta e iniziamo a salire verso il convento di San Nicola in un'ombrosa galleria di alberi illuminata da un tappeto di ciclamini. Appena trenta minuti per giungere al diruto monastero, nella sua arroccata posizione con splendide vedute sul vicino monte Soratte. Un sorso d'acqua e siamo di nuovo avvolti dalla foresta. La faggeta, ora ariosa e d'alto fusto, ci scorta in poco più di un'ora ai 1.180 metri del monte Serrapopolo, prima vetta della nostra traversata. In isolata posizione, si eleva su remote e profonde valli nella zona più isolata del parco e la vista si estende finalmente su tutto il nostro itinerario, fino ai prati di Campitello, dove pianteremo la tenda fra poche ore, e al lontano monte Gennaro, ultima vetta della camminata.
La foresta diventa una boscaglia disagevole e intricata che obbliga a frequenti deviazioni e con rari segni di riferimento: l'aiuto del GPS è fondamentale per individuare la rotta. Siamo in una delle zone meno frequentate e mentre consultiamo la carte per individuare la giusta direzione, un branco di cinghiali irrompe sul sentiero per allontanarsi subito nel folto. La parte più difficile del percorso termina finalmente alla fonte Valle Pietra dove contendiamo ai cavalli un rigenerante fiotto d'acqua cristallina.
Il sentiero riacquista vigore ingrossandosi in carrareccia, dirigendosi prima verso nordovest e poi decisamente verso sud, fino alla fonte del Sambuco ormai arida da tempo. Nel cuore più profondo dei Lucretili lasciamo la sterrata e attacchiamo la salita ai 1.368 metri del monte Pellecchia, la cima più elevata del parco e del nostro percorso. Il bosco sembra non avere confini: le cime dei faggi sono invisibili sopra di noi e la successione infinita dei tronchi plumbei nella foresta ombrosa ci rende piccoli e soli, mentre arranchiamo nella buia galleria verde, resa ancora più cupa dell'addensarsi di decisi nembi pomeridiani. E infatti improvviso si scatena il temporale che ci costringe, novelli gnomi, fra le accoglienti radici aeree di un albero.
Quando usciamo dal nostro riparo di fortuna, raggiungiamo rapidamente la vetta sulla quale incrociano veloci treni di nubi. Davanti a noi si estende la panoramica e verdeggiante dorsale del Pellecchia, punteggiata dalle fioriture primaverili degli asfodeli. Una veloce sosta al pizzo omonimo, all'estremità meridionale del crinale, e ci rituffiamo nel bosco per raggiungere prima la forcella di Civitella, circondata da prati regno di mandrie, e quindi il casale di Capo di Porco, suggestiva struttura ormai diroccata con le antiche mura che portano i segni e la storia delle genti che vi hanno lavorato e vissuto.
Un pastore ci scorge e si avvicina con un cane trotterellante al fianco; informatosi sulla nostra provenienza, esordisce allontanandosi "E io che pensavo di essere matto!".
Ormai nell'aria argentata del crepuscolo percorriamo gli ultimi due chilometri di agevole sentiero, che taglia deciso la selva incastonata da serene radure e che ci conduce finalmente alla fonte superiore di Campitello, dove ci abbeveriamo con avidità. Cinque minuti per piantare la tenda, dieci per raccogliere un po' di legna e in mezz'ora il fuoco scoppietta mentre la stanchezza sembra salire dalla terra ad avvolgere le membra e un allocco intona vicino la sua cantilena.
I primi raggi del sole illuminano la tenda e lo sconfinato altopiano di Campitello si apre ai nostri occhi, punteggiato di massi, boschetti e bestiame brado, mentre una faina si avvicina sorniona agli avanzi della nostra cena. In un batter d'occhio il nostro campo è in spalla negli zaini.
Senza soluzione di continuità passiamo dal vasto Campitello allo sconfinato Pratone e iniziamo la salita agli ormai prossimi 1.271 metri del monte Gennaro. Asfodeli, narcisi, violette, non ti scordar di me e soprattutto gli splendidi iris sabina ad accompagnare il nostro cammino, in un'assolata giornata primaverile fervida di vita: gli insetti ronzano di fiore in fiore, gli uccelli cinguettano fra i rami, fili di ragnatele attraversano argentei l'aria.
Dalla vetta valutiamo tutto il nostro percorso, sommerso per gran parte nella selva, prima di immergerci nell'inciso e pietroso vallone della Scarpellata verso l'abitato di Marcellina. Forse aveva ragione il pastore, ma anche tornare in città non è che sia totalmente da sani di mente.
 
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