Monti Invisibili

Monte Irto e Monte Mari

Quota 1.960 e 1.861 m

Data 14 maggio 2017

Sentiero non segnato

Dislivello 1.600 m

Distanza 23,04 km

Tempo totale 11:15 h

Tempo di marcia 10:15 h

Cartografia Il Lupo Parco Nazionale d’Abruzzo

Descrizione Da La Castelluccia (1.366 m) per la Valle Lattara, la Chiatra (1.700 m, +2 h), Colle Nero (1.991 m, +1 h), Monte San Marcello (1.977 m, +20 min.), il Valico di Valle Lattara (1.912 m, +13 min.), Serra Matarazzo (2.007 m, +15 min.), Serra delle Gravare (1.960 m, +18 min.), il Valico delle Gravare (1.874 m, +23 min.), Monte Irto (1.960 m, +1,07 h), Monte Mari (1.861 m, +55 min.), di nuovo il Valico delle Gravare (1.874 m, +1,28 h), la Valle Inguàgnera, Pozzo Inguàgnera (1.630 m, +1,12 h) e La Castelluccia (+1,04 h). Poderosa escursione al 85% fuori sentiero in ambiente solitario e selvaggio. Avvistati alcuni cervi e diversi branchi di camosci.


Aggiornati Waypoint Monti Marsicani

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Traccia GPS

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Monte Irto e Monte Mari, 14 maggio 2017; 388.252 m. Ieri mia figlia ha fatto la prima comunione. Nella chiesa dove una quarantina di anni or sono avevo fatto la mia.

Il tempo che passa, la bimba che cresce, il sacramento stesso sono stati occasione di commozione, anche se nell’affollamento della cerimonia mi crogiolavo all’idea che il giorno dopo sarei stato nella solitudine della montagna.

Questo non vuol dire che il dubbio, la corona di spine dell’uomo moderno, non assalga spesso la mia fede. Ma proprio la lunga giornata in montagna, con un compagno di cammino ma spesso in silenzio al cospetto di un creato maestoso e primitivo, mi ha portato a riflettere.

Il mio senso del divino – presente sembra naturalmente anche se in diversa misura in tutti gli uomini – riceve i più duri colpi del dubbio in città, durante lunghi periodi di bruttezza, affollamento, maleducazione e grigiore, quando appare evidente che ciò che vivo è quanto di più lontano da Dio, ma soprattutto nulla rimanda alla mente la sua possibile esistenza.

Mi sovvengono le parole del premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù: “Quando andai per la prima volta alla città, la vidi come un mostro, come un altro diverso essere”.

Ma basta una giornata all’ombra dei boschi, incrociare lo sguardo di un camoscio o di un passerotto, aspirare il colore e il profumo dei fiori e il dubbio evapora: tutta questa bellezza e complessità non può essere frutto del caso, magari non è il Dio che ci siamo creati a nostra immagine e somiglianza, ma sorge evidente nell’animo la certezza di un disegno.

Il territorio che mi ha indotto queste elucubrazioni è probabilmente (insieme alle pendici orientali dei Monti della Meta) il più bello del Parco Nazionale d’Abruzzo: un ambiente solitario, selvaggio e dalle vedute spettacolari che si estende estremamente povero di sentieri fra la Valle Forca d’Acero, la Serra delle Gravare e la Valle di Canneto. Un’area di scarsa frequentazione che non ricade neanche sotto la tutela del Parco, ma solo della sua fascia di protezione esterna.

Sono da poco rintoccate le sette quando in un’alba nitida ci avviamo con Alessandro su flebili tracce che solcano gli unici oscuri boschi della giornata.

Aggirata la cresta della Costa Matarazzo, una luminosa Valle Lattara inizia a svelarci nei suoi numerosi stazzi i resti dell’intensa vita pastorale che ha gremito nei secoli questa plaga. Attraversiamo estesi muretti, circolari o quadrati, destinati a radunare le greggi e fra i quali fanno capolino le saline foglie dei primi orapi.

Camosci, ancora paludati nella chiara livrea invernale, ci osservano pigri, mentre fra intense fioriture di primule orecchia d’orso c’inerpichiamo in un ripido canale alla volta dell’ampia dolina della Chiatra, una chiusa valletta anch’essa ricca di stazzi.

Un mondo di montagne e di valli inizia a dispiegarsi intorno a noi, e sotto cieli di genziana raggiungiamo la gibbosa cresta che aggira il Fondillo di San Donato e i suoi numerosi laghetti, purtroppo già poveri di acque. I poderosi 1.991 metri del Colle Nero ci schiudono un territorio complesso di vette e di valli senza nessuna via evidente di cammino che non siano creste sconnesse.

Come ci sentiamo piccoli e sperduti mentre affrontiamo in successione il Monte San Marcello, lo spinoso Valico di Valle Lattara e i 2.007 metri della Serra Matarazzo.

La vicina Serra delle Gravare ci apre una spettacolare vista sull’ampia conca arborea della Valle Fondillo e noi procediamo in saliscendi fra chiuse vallette smeraldine e creste pietrose verso l’antico valico pastorale delle Gravare, dove varchiamo i confini ufficiali del parco.

In questa natura selvaggia e segreta il gps ci indica la rotta per il Monte Irto che appare e dispare davanti a noi; ma in assenza di sentieri la direzione va decisa momento per momento. L’ultima ripida salita e siamo ai 1.960 metri della tondeggiante elevazione, incomparabile belvedere sulla scoscesa costiera del Monte Petroso che precipita nella Valle dei Tre Confini.

Il fuori sentiero si fa se possibile ancora più arduo, lungo la tormentata cresta che procede verso il Monte Mari. Tappeti di ginepro, precipiti roccioni, boschetti abbarbicati che occultano la direzione. Ma infine c’inerpichiamo carponi ai 1.861 metri della remota vetta, vero baluardo isolato nel cuore di questo selvaggio territorio. Il Petroso ci sovrasta, la Val Canneto precipita e la Rocca Altiera si estende sconfinata su un territorio che sembra non finire mai.

Ora siamo nelle montagne e le montagne sono dentro di noi.

Riprendiamo la via del lungo ritorno su una docile cresta per il Valico delle Gravare. Le gambe sono indolenzite dal lungo e sconnesso cammino ma la mente, rischiarata da tanto splendore, non dubita più.

Creste, vallette, laghetti, con il sole radente caliamo nell’aspra Valle Inguàgnera e il suo pozzo dall’anello di pietra. Gli ultimi stazzi ci guidano verso l’unico sentiero della giornata che ci prende finalmente in carico e ci riporta alla Castelluccia.

Nel traffico dell’autostrada il dubbio torna ad agitare la mia mente.

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