Monti Invisibili
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Monte Elbrus, 2-12 luglio 2001 

Dal diario di viaggio

Garabashi, 8 luglio 2001. Notte insonne prima dell’attacco alla vetta. Alle 3,30 la sveglia; esco fuori: 20 centimetri di neve fresca e continua a nevicare silenziosamente. Andrei dice di aspettare; ma probabilmente domani sarà peggio. Alle 5 entra nella nostra barrel hut: si parte. Colazione, ultimi preparativi e alle 6 siamo in marcia sul gatto delle nevi.
Pendenze mozzafiato con il mezzo che sembra debba rotolare giù e invece procede inesorabile in un turbine di neve e in 30 minuti copriamo 3 ore di cammino fino Pastukhova Rocks. Scendiamo con -5° C e inizia la battaglia. Ore di cammino guardando solo la neve sotto gli scarponi, senza la forza di alzare la testa. Intanto il tempo peggiora, ma siamo ben equipaggiati e nessuno ha freddo. Calziamo i ramponi: c’è un problema con i miei attacchi ma Andrei prontamente lo risolve. Ancora salita. Il gruppo è compatto e in forze: nonostante il cattivo tempo la vetta sembra nostra.
Ma ai 5.416 metri della sella, a 226 metri dalla vetta, si scatena in tutta la sua forza la tormenta. Proviamo a ripararci senza successo fra le assi di un rifugio diroccato; Andrei cerca una grotta dove infilarci; la trova, ma è troppo profonda per calarcisi dentro. Difficile respirare, fame d’aria, temperatura di -12° C. Una forte sensazione di pericolo in un ambiente ostile. Attimi di esitazione: la vetta è vicina, ma noi siamo stanchi e c’è tutta la via del ritorno da percorrere. In montagna il vero coraggio è sapere rinunciare alla meta vicina se le condizioni lo richiedono: torniamo indietro.
Ma le difficoltà non sono finite: la visibilità è minima e camminando controvento nella bufera gli occhiali sono un impasto di neve e ghiaccio. Procediamo in cordata, non distinguendo dove poggiare i piedi: per guida ho solo l’eterea figura di Andrei che si perde nella tormenta e un breve tratto di corda davanti a me. La possibilità di non riuscire a tornare si affaccia nella mente: generalmente non la si considera.
Scendiamo e scendiamo con gli elementi che ora ci lasciano requie ora si accaniscono su di noi. Le gambe sono due macigni e penso a Flavia che mi aspetta a casa. Non so quanto abbiamo camminato, ma il cammino sembra non finire mai. Quando finalmente distinguo nella neve le baracche di Garabashi gli occhi si inumidiscono e la tensione si allenta. Ormai non ho più le forze, soprattutto psichiche, per ritentare: l’Elbrus ha vinto; non si è fatto conquistare.
Dopo otto ore e mezzo di cammino in condizioni massacranti è prepotente la gioia di essere tornati sani e salvi con le proprie forze e anche se non abbiamo raggiunto la vetta anche questa è una bella conquista. Ma un grazie va soprattutto ad Andrei che ha saputo riportarci indietro in condizioni di visibilità nulla.

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