Monti Invisibili
Luni sul Mignone
Quota 90 m
Data 14 marzo 2015
Sentiero parzialmente segnato
Dislivello 600 m
Distanza 26,04 km
Tempo totale 8:30 h
Tempo di marcia 7:44 h
Cartografia Il Lupo Monti della Tolfa
Descrizione Dal ponte sul Torrente Vesca (156 m), sotto Civitella Cesi, per San Giovenale (177 m, +34 min.) con visita della necropoli etrusca e dei ruderi del castello Di Vico (+54 min.); poi seguendo il corso del Vesca con continui guadi per la Fonte Etrusca (80 m, +2,22 h), la confluenza del Vesca nel Fiume Mignone (60 m, +8 min.), la base del ponte ferroviario sul Mignone (58 m, +10 min.), la stazione abbandonata di Monte Romano (70 m, +5 min.), la Tomba delle Cariatidi sul versante settentrionale di Monte Fortino (64 m, +17 min.), il guado del Mignone (54 m, +10 min.), la sede ferroviaria abbandonata (78 m, +17 min.) con attraversamento della galleria Mignone, il ponte sul Mignone (70 m, +12 min.), il sito preistorico, etrusco e medievale dell’antica città di Luni (90 m, +13 min.), quindi per un sistema di carrarecce di nuovo a San Giovenale (+1,50 h), al Vesca (+7 min.) e per il percorso dell’andata alla macchina (+25 min.). Splendido anello con notevoli problemi di orientamento e continui guadi con acqua fino al ginocchio.
06 Luni log

Traccia GPS

07 Luni dislivello
060Scarponi.JPG059Luni.JPG056Luni.JPG055StazionediMonteRomano.JPG052DaLuni.JPG051VersoLuni.JPG050VersoLuni.JPG048FiumeMignone.JPG045PontesulMignone.JPG044GalleriaMignone.JPG042GalleriaMignone.JPG039FiumeMignone.JPG038TombadelleCariatidi.JPG037TombadelleCariatidi.JPG036StazionediMonteRomano.JPG035StazionediMonteRomano.JPG034MTBBlera.JPG032Andrea.JPG028MTBBlera.JPG026PontesulMignone.JPG025PontesulMignone.JPG024ConfluenzaVescaMignone.JPG022FonteEtrusca.JPG020TorrenteVesca.JPG017Andreaeteschi.JPG015FossodelVesca.JPG014TorrenteVesca.JPG013TorrenteVesca.JPG011SanGiovenale.JPG010SanGiovenale.JPG009SanGiovenale.JPG008SanGiovenale.JPG004SanGiovenale.JPG002SanGiovenale.JPG001Iniziopercorso.JPG
Luni sul Mignone, 14 marzo 2015. I Monti della Tolfa non sono propriamente monti, elevandosi la loro cima più alta di soli 633 metri sul livello del mare. Ma sono selvaggi e solitari, a volte aguzzi, intersecati da fossi profondi e incisi delimitati da verticali pareti tufacee. Un territorio che meriterebbe una tutela ufficiale e che pone non pochi problemi di progressione e orientamento, e dove è facile avvertire l'esaltante sensazione di isolamento e solitudine.
E allora, con la promessa di una gitarella lunga e perigliosa, con guadi, tombe, castelli, fango e un incerto ritorno, riesco a destare il Santa dal letargo e ci avviamo di nuovo in esplorazione di quel lembo di Etruria saldato fra la regione delle necropoli rupestri e le prime propaggini di questi monti.
L’aria è ancora gelida e la natura immobilizzata nell’inverno mentre con un certo entusiasmo calchiamo l’agevole sentiero lungo il Vesca che ci reca in breve sotto lo sperone tufaceo di San Giovenale. Risaliamo verso quella che forse era l’antica Contenebra di Tito Livio e siamo già fra tombe e tumuli, prima della visita all’acropoli, delle possenti mura del castello Di Vico e di un affaccio dal promontorio sull’impervio Fosso del Vesca che ci impegnerà buona parte della giornata.
Facezie virili e scendiamo di nuovo al limpido torrente, dove diamo il via a una sfilza di guadi in un ambiente selvaggio oltre ogni misura. Cinque, dieci, venti attraversamenti, l’acqua trafila negli scarponi, poi al polpaccio li inonda direttamente. Ma il guado è una questione mentale, non fisica: una volta che si accetta di bagnarsi, il fiume diviene sentiero.
C’immergiamo, saltiamo, c'intrufoliamo fra acqua, fango e spini, le braccia si reticolano di graffi, foglie e rametti entrano dalla schiena fin nelle mutande in una gioiosa fusione con la natura che ci fa tornare bambini.
Vallette amene si alternato a ripide pareti, a brevi tagliate e a labirinti di muscosi massi tufacei dove, come in una tavola di Jacovitti, fra ossa e teschi mancano solo pettini e salami.
E cammina cammina eccoci alla stillante Fonte Etrusca, attorniata da una paradossale area picnic, comodamente raggiungibile con l’agevole percorso da noi seguito o calandosi con l’elicottero.
Pochi minuti per la confluenza dove il Vesca si confonde nel Mignone e di lì a poco siamo sotto i poderosi piloni dello scenografico ponte della ferrovia abbandonata Capranica-Civitavecchia. Un ripido sentierino ed ecco la diruta stazione di Monte Romano, dove un gruppo di buontemponi del gruppo MTB Blera ha approntato braci e graticole e ci invita per salsicce e bruschette.
Salutati i nuovi amici, si tratta ora di andare alla ricerca del pezzo forte della gita: la mitica Tomba delle Cariatidi, di incerta localizzazione sotto le pendici settentrionali del Monte Fortino. Guadiamo il Fosso Canino e ci infiliamo nella macchia, confidando nelle indicazioni del gps, quando su un sperone tufaceo appare a rilievo la falsa porta e sotto la tomba, con due teste umane scolpite su pilastrini e una cornice decorata aggettante.
Con le giunture che iniziano a cigolare, è tempo del guado più bagnato e divertente della giornata: nientepopodimenoche il Fiume Mignone. Ma l’acqua, pure gelida, arriva solo al ginocchio: una bazzecola rispetto a quello che ci attende sull'altra riva. Il percorso che mi sembrava di aver individuato su Google Earth altro non è che un fosso impervio che ci obbliga a intrufolarci, un po’ contorsionisti un po’ fachiri, lungo labili tracce cinghialesche, dei quali ormai comunque replichiamo l’afrore.
Ma alla fine, stracciati e sanguinanti, siamo sulla ferrovia fra le gallerie del Casalone e del Mignone, nella cui fangosa oscurità tosto c’immergiamo, non prima di una scatto feisbuk in onore della figlia di Andrea.
Dopo il ponte da sotto ecco il ponte da sopra e quindi uno spigolo attrezzato ci eleva al panoramico sperone della misteriosa città di Luni, sito preistorico, etrusco e medievale che forse è l’antica Cortuosa sempre citata da Tito Livio nell’Ab urbe condita e da dove si abbraccia in lungo e largo questo selvaggio territorio.
Fra tombe, basamenti e una chiesetta ipogea attraversiamo l’altopiano tempestato di asfodeli e caliamo in una tagliata. La parte ardua è ormai terminata: avvolti controluce nella nuvola di un sigaro Toscano ci allontaniamo su fangose carrarecce campestri verso San Giovenale e di lì alla macchina che sono ormai 26 chilometri di cammino.
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