Monti Invisibili

La Meta

Quota 2.242 m

Data 25 giugno 2016

Sentiero parzialmente segnato

Dislivello 1.194 m

Distanza 16,70 km

Tempo totale 9:40 h

Tempo di marcia 8:03 h

Cartografia Il Lupo Parco Nazionale d’Abruzzo

Descrizione Da Prato di Mezzo (1.430 m) per il Vallone della Meta, il Passo dei Monaci (1.967 m, +1,24 h), la Meta (2.242 m, +34 min.), la deviazione di quota 2.150 nella discesa al Passo dei Monaci (+15 min.), il Gendarme della Meta (2.185 m, +25 min.), il Passo dei Monaci (+45 min.), Monte a Mare (2.160 m, +1 h), la sella di quota 2.103 (+12 min.), Cima a Mare (2.014 m, +35 min.), la sella di quota 2.103 (+36 min.) e Prato di Mezzo (+2,17 h). Avvistati alcuni camosci su la Meta e Cima a Mare e una vipera.


Aggiornati Waypoint Monti Marsicani

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Traccia GPS

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La Meta, 25 giugno 2016. Andare in montagna mi deprime. Anche non andarci, ma questa è un’altra storia.

I primi due giorni dopo una bella sgambata vengo accompagnato da un tedioso senso di stanchezza, ma soprattutto da un umore particolarmente basso. E non credo sia solo l’aver abbandonato un ambiente naturale, sereno, grandioso per tornare in questa tormentata città.

Forse la quantità di energia, di gioia, di passione, di tensione, di emozioni impegnata in una giornata sui sentieri è tale che è impossibile non pagarla poi con le batterie – fisiche e mentali – scariche per qualche giorno. Poi, il mercoledì generalmente, rieccomi alla grande, tonico di fisico e di umore, ancora chino sulle carte a pianificare nuove rotte.

Così è stato anche questa volta, per un anello a caccia di due delle nuove cime del Club 2000 metri: il Gendarme della Meta e la Cima a Mare, rilegate in un percorso di solitudine e suggestione.

Il cielo è ancora limpido quando con Alfredo e Soldatino c’incamminiamo da Prato di Mezzo su per i boschi del Vallone della Meta, estrema propaggine meridionale del Parco Nazionale d’Abruzzo che prende il nome di Mainarde.

Con passo regolare, in una giornata calda che promette pioggia, attraversiamo inusuali faggete rugginose e la rocciosa testa della valle, per approdare infine ai 1.967 metri del Passo dei Monaci, antico collegamento pastorale e commerciale fra Lazio, Abruzzo e Molise.

Il Gendarme ci scruta accigliato, da qui apparentemente più alto della Meta, ma prima di affrontarne l’incognita e perigliosa salita raggiungiamo i 2.242 metri della vetta più elevata. Intanto un’attempata comitiva in discesa ci informa che si ode il barrito di animali. Elefanti, evidentemente… o intendevano bramito?

Dalla rocciosa altura, confine fra le tre regioni, la vista spazia su tutto l’altopiano delle Mainarde, sui vicini monti Miele e Biscurri, e anche sul Gendarme, che ci guarda repulsivo dal basso in alto.

Impossibile, almeno per noi, intraprendere l’impervia cresta, ripercorriamo quindi i nostri passi e a quota 2.150 deviamo a costeggiare fuori sentiero il brullo e ripido pendio meridionale della Meta, che ci porta in breve ad affacciarci sul passaggio chiave della nuova cima.

Studiamo il percorso: a dispetto delle relazioni da qui sembra tutt’altro che complicato, ma procediamo e vediamo che succede.

Sotto un torrione roccioso, una cengia poco esposta diviene per un breve tratto molto esposta e panoramica: il problema sarà scendere, ma abbiamo adocchiato un canalino roccioso sulla sinistra che farà al caso nostro.

Eccoci alla sella, dove destreggiandoci in facili passaggi di primo sulle affastellate rocce, presto siamo ai 2.185 metri del Gendarme. Panoramico cocuzzolo, ma mi risuonano in mente le parole dell’amico Alessandro Caira: “Mai e poi mai mi aveva sfiorato l'idea di salire su quello sperone e mai più ci salirò”.

Con cautela riprendiamo la strada del ritorno, non senza staccare un masso da una cinquantina di chili che accarezza rude il mio polpaccio.

Con Soldatino che trotterella al nostro fianco (oggi ci guarda strano: evidentemente non è entusiasta del percorso odierno), torniamo al passo e, inseguiti da cupi nembi tonanti, attraversiamo il remoto e selvaggio altopiano, dove occhieggiano tardive chiazze di neve.

Grossi goccioloni non intralciano il passo e siamo ai 2.160 metri del Monte a Mare. Ecco evidente la sua più bassa costola, contornata di boschi verdi che a quote più basse divengono marroni e autunnali: la gelata di aprile ha bruciato le foglie già gemmate, salvando quelle non ancora nate.

Impossibile anche qui seguire lo strapiombante crinale e dalla vicina sella, a sud della vetta, scendiamo ripidi su una flebile e scomoda traccia, prima erbosa poi di traballanti roccioni impilati. Finalmente la sella e in breve i 2.014 della Cima a Mare. Mi risuonano un po’ di nuovo nella testa le parole del Caira, ma la vista ravvicinata sulla scogliera della Mainarde è comunque bella e inconsueta.

Un camoscio fugge lesto mentre riguadagnamo l’altopiano e ci avviamo per un lungo percorso in saliscendi fra vallette fiorite e pietrosi canaloni che infine ci conducono alla meritata birra con patatine in quel del Baraccone di Prato di Mezzo.

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