Monti Invisibili

Ferrovia dismessa Capranica - Fabrica di Roma

Quota 409 m

Data 21 gennaio 2017

Sentiero non segnato

Dislivello in salita 122 m

Dislivello in discesa 279 m

Distanza 26,81 km

Tempo totale 7:00 h

Tempo di marcia 6:44 h

Cartografia IGM 143 IV NE Capranica, IGM 143 I NO Ronciglione, IGM 137 II SO Vignanello

Descrizione Dalla stazione ferroviaria di Capranica–Sutri della linea Roma–Viterbo lungo la ferrovia dismessa per Orte, attraverso le stazioni abbandonate di Madonna del Piano (404 m, +50 min.), Ronciglione (404 m, +2,27 h), il Ponte di Ronciglione (396 m), la stazione abbandonata di Caprarola (351 m, +1,49 h) e Fabrica di Roma (249 m, +1,38 h). Percorso  estremamente disagevole per rovi e arbusti che invadono la sede ferroviaria, con necessità di frequenti deviazioni o di costeggiarlo per noccioleti, sterrate e asfaltate.

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Traccia GPS

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Ferrovia dismessa Capranica – Orte, 21 gennaio 2017. Fin da bambino ho amato il treno, sorta di gigante buono capace di armonizzarsi con il territorio senza ferirlo e a mio avviso della stessa natura libera ed ecologica delle scarpe e della bicicletta.

Da bimbi infatti cosa desideravamo? Le Superga o le Mecap (per capire questa bisogna essere stati bambini negli anni ‘70) per correre liberi nei prati, la bicicletta per allontanarci ancora di più, un trenino o una stazione dove guardare i convogli e sognare di viaggiare.

Ed ecco che, rovistando nel cassetto dei sogni, esce fuori questo vecchio progetto sulle rotaie della dismessa ferrovia Capranica-Orte, secondo tronco della Civitavecchia-Capranica più volte percorsa in bici.

Solo che questo tratto è ancora armato, con binari, segnali e passaggi a livello che donano alla passeggiata una rugginosa atmosfera archeologico-ferroviaria, fonte di fascino ma, come vedremo, anche di problemi.

Inaugurata nel 1928 e dismessa nel 1994, doveva realizzare un corridoio ferroviario fra i due mari attraverso l’Appennino, dal porto di Civitavecchia a quello di Ancona.

Ricordo ancora da bimbo, durante i viaggi alla volta di San Martino al Cimino sulle mitiche automotrici “micette” Fiat ALn 668, un vagone in coda al convoglio che veniva sganciato a Capranica e proseguiva solo soletto alla volta di Orte, seguito dal mio sguardo curioso verso una destinazione per me ignota.

Sono da poco passate le 8 quando m’intrufolo (Area Ferroviaria Vietato l’accesso… I trasgressori… eccètera, eccètera) in questo abbandonato mondo ferroviario. I primi metri scorrono tranquilli sulle gelate traversine, ma presto comprendo che non sarà semplice realizzare il programma di giungere a Orte, 37 chilometri di binari più avanti. Rovi, ramaglie e alberi iniziano tosto a invadere la sede ferroviaria, rendendo il cammino lento e penoso.

A differenza dell’altro tronco, infatti, dove la rimozione dei binari ha trasformato per lunghi tratti il sedime in carrareccia, qui la presenza dell’armamento ha isolato il percorso, divenuto regno di una vegetazione rigogliosa e (ahimè) spinosa.

Cerco di galleggiare sopra i rovi, sorta di acuminato tappeto elastico che si richiude appena dopo il mio passaggio, ma questi sono una bambagia in confronto all’altra pianta tipica delle ferrovie nostrane: l’acacia, per la quale non possiamo neanche parlare di spine ma più propriamente di kriss malesi.

E mentre braccia e gambe iniziano a reticolarsi di graffi, procedo inesorabile verso una meta che si approssima molto più rapida della mia velocità, avendo ormai rilocato il target su Fabrica di Roma, 17 chilometri di ferrovia più avanti.

Inizio un lungo percorso di aggiramenti, arrampicandomi sovente, per sfuggire alle spine, sulle ripide sponde delle trincee, divenute in prossimità delle strade discariche (troverò anche la carcassa di un cinghiale e altre ossa) e risulta di ramaglie e altri sfalci per i poderi limitrofi.

Caselli diroccati completamente avviluppati dalla vegetazione, passaggi a livello svettano immobili e contorti verso il cielo, transito per la stazione abbandonata di Madonna del Piano e sono già oltre tre ore di contorcimenti quando raggiungo quella di Ronciglione, ambientazione di una scena de La vita è bella di Roberto Benigni.

Ingranaggi di scambi e passaggi a livello, una bambola di pezza giace immobile sulla banchina: nel ventoso silenzio della stazione odo il calpestio dei viaggiatori, il fischio di una locomotiva, il mormorio di una vita di arrivi e partenze che ora non è più.

È tempo di affrontare l’ardito e ancora più vietato Ponte di Ronciglione, adornato di ringhiere puntute, minacciosi cartelli e finte telecamere. Striscio sotto il cancello e sono sull’unica campata di questo spettacolare ponte di ferro sulla vallata del Rio Vicano, interamente chiodato a rivetti senza saldature. Uno dei nove esistenti al mondo ad arco in stile Eiffel e l'unico a cerniera mobile. Un capolavoro, anche estetico, di archeologia industriale lasciato inutilizzato ad arrugginire.

Il percorso non si fa ora meno agevole, ma chilometri e chilometri di noccioleti alzano verso il cielo i contorni rami della stagione, permettendomi di costeggiare con agile passo la via ferrata, mentre il Terminillo sorge immacolato sullo sfondo.

Procedo a piedi, ma la sensazione di separazione dalla civiltà, di guardare il mondo dal cortile posteriore, è la stessa che suscita un viaggio in treno.

La stazione abbandonata di Caprarola si erge liberty e immobile e sembra debba accogliere a momenti convogli e viaggiatori. Invece solo uno smagrito gatto nero si accosta per condividere il mio pasto.

Con le ombre che si allungano, un esteso tratto sopraelevato rende impossibile evitare l’ennesimo reticolo di spine. Quando ne esco malconcio, un casellante mi osserva allibito e mi informa che da Capranica a Fabrica la linea è ancora usata come raccordo tra la rete FS e la linea Roma-Viterbo. Solo che l’ultimo treno è passato tre anni fa e da allora non è più stata ripulita.

Ecco le prime case di Fabrica di Roma. L’ennesimo tratto infrascato mi fa desistere dal raggiungerne la stazione e mi dirigo invece verso quella dell’attiva Ferrovia Roma Nord.

Un rocambolesco percorso di cammino e coincidenze e in appena tre ore, graffiato, sanguinante e pensieroso, sono di nuovo a casa. Da anni si parla di riaprire l’intera tratta da Civitavecchia a Orte, il porto di Civitavecchia la considera un’opera di sviluppo turistico fondamentale, le acciaierie di Terni ci contano per recuperare competitività, l’Unione Europea l’ha inserita nell’asse di trasporto merci Palermo-Berlino via Brennero. Ma tutto è fermo e in disfacimento e noi continuiamo a spostarci su gomma.

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