Monti Invisibili

Alpi Apuane

Quota 1.736 m

Data 18-19 luglio 2016

Sentiero parzialmente segnato

Dislivello in salita 1.851 m

Dislivello in discesa 1.667 m

Distanza 13,85 km

Tempo totale 12:01 h

Tempo di marcia 10:32 h

Cartografia Multigraphic Alpi Apuane

Descrizione Primo giorno Lizza della Monorotaia (9,36 h, +1.826 m, -724 m, 8,43 km): dalla località Renara (314 m) dopo Gronda per la Lizza della Monorotaia (inizio 533 m, +45 min.), i ruderi dei ricoveri e delle officine di cava di quota 1.045 (+1,19 h), i ruderi di quota 1.230 (+37 min.), la Cava Ronchieri (1.560 m, +1 h), fuori sentiero a Monte Sella Sud (1.736 m, +40 min.) e a Monte Sella Nord (1.735 m, +5 min.), la discesa alla Focola del Vento (1.358 m, +1,34 h) e al Canale dei Vernacchi (1.007 m, +55 min.) e la risalita per il sentiero 164 al Rifugio Nello Conti ai Campaniletti (1.442 m, +1,02 h). Splendido itinerario su terreno ripido e a tratti esposto e infido.

Secondo giorno Via Vandelli (2,35 h, +25 m, -943 m, 5,42 km): dal Rifugio Nello Conti (1.442 m) per la Finestra Vandelli (1.442 m, +5 min.) e la Via Vandelli fino a Resceto (517 m, +2,30 h).


Aggiornati Waypoint Altri sentieri

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Traccia GPS

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Alpi Apuane, 18-19 giugno 2016. Le Apuane sono montagne ferite e il sangue sgorga come talco dalle candide piaghe inferte al loro manto.

Ma se fosse possibile si vedrebbe anche il rosso del sangue di chi nei secoli queste montagne ha vissuto sofferto e lavorato, contribuendo a sfigurarle in una sorta di titanica guerra fra uomini e ciclopi, nella quale i primi sono, in definitiva, sempre perdenti.

Cavatori, lizzatori, tecchiaoli, riquadratori, alla ricerca di fortuna o mera sopravvivenza in questo pregiato elemento – il marmo – posto però in luoghi tanto remoti e inaccessibili da richiedere lo scavo di scivoli – le vie di lizza – sui quali calare, con sudore e sangue, i colossali blocchi.

Dopo la spedizione sulle Panie dello scorso anno, ecco che torno a calcare questo aspro territorio in compagnia del Crinale di Fiesole e del Gruppo Geo di Sieci, per affrontare due dei più affascinanti percorsi di queste tormentate vette: la Lizza di Piastreta o della Monorotaia e la Via Vandelli.

La prima era una via di lizza meccanizzata che con una sorta di locomotore (la macchina Denham, dal nome dell’ingegnere inglese Charles Denham, proprietario delle cave negli anni venti) permetteva di trasportare con estrema lentezza al poggio caricatore fino a 11 tonnellate di marmo.

La Via Vandelli, invece, è stato il progetto visionario per una strada commerciale che unisse le città di Modena e Massa, attraversando questi ripidi crinali. Di scarsa utilità per le difficoltà di percorrenza, ma tanto ben realizzata che dal 1700 è arrivata fino a noi praticamente intatta.

Breve viaggio in treno e più lungo in automobile e alle dieci siamo in cammino lungo il Canale di Renara per i pochi metri pianeggianti di questa due giorni apuana. Nutrita comitiva di otto camminatori, fra i quali nientepopodimenoche una donna, Cinzia.

Davanti a noi, adornato di un cappello di nubi, si erge verticale il nostro percorso odierno e, come lo scorso anno, è del tutto evidente come lì non si possa camminare.

La pacchia pianeggiante dura il tempo delle presentazioni e il drappello è già in salita su una cementata strada di arroccamento, la vecchia via che portava i camion su pendenze improbabili all’inizio della monorotaia. Varchiamo l’ancora copioso Fosso del Chiasso, ed eccola davanti a noi: ripida e impossibile, con l’unica rotaia (triste e solitaria) che sparisce lontana verso le cime.

Iniziamo la salita sulla scalinata di cemento e di marmo che costeggia le vecchie traversine, incuneandoci nel cuore delle Apuane. Più procediamo più la pendenza cambia e da ripida si fa ripidissima. Ci aggrappiamo ai bastoncini: quattro passi prima di portarli di nuovo avanti. Senza tregua c’infiliamo fra strette e ombrose pareti, sulle quali si aprono le orbite vuote che accoglievano i piri, i tronchi per la lizzatura manuale dove venivano avvolte le corde per calare a valle i blocchi di marmo.

Il gruppo è ormai sgranato lungo la rotaia e nell’ultimo strappo la pendenza s’incrudisce ancora, arriva all’80%, con le traversine che si fanno di ferro e la scaletta che diventa solo un ricordo nella memoria della montagna.

Il mare della Versilia brilla tentatore mentre riprendiamo fiato appena fuori dal tratto più ripido.

Fra matasse di filo elicoidale per il taglio del marmo e altri rottami, la monorotaia continua a salire e noi con lei. Attraversiamo ruderi di ricoveri e altri edifici; il motore arrugginito che animava i fili elicoidali e tutto intorno le incisioni di altre vie di lizza, di cave dismesse; in alto bucano le nubi le gialle gru della nostra meta.

La rotaia sparisce e traballando fra paleo e rocce, seguendo confortanti segni, eccoci finalmente ai 1.560 metri della Cava Ronchieri, dove in uno stillicidio di acque c’intrufoliamo, novelli gnomi, nelle enormi caverne marmoree, costellate di scale, trattori e altri immobili macchinari.

Un ultimo sguardo alla nostra salita che sprofonda per 1.200 metri e con qualche indecisione affrontiamo un fuori sentiero per il Monte Sella, dritti per dritti su placche in aderenza con i nembi che avanzano e minacciano di sommergerci.

Un paio di tratti di primo, facili e aderenti, ma non devi guardare giù che se cadi non ti fermi più. Ed ecco le due vette gelide e ventose del Monte Sella, ai 1736 metri della nostra quota più elevata.

Fin qui è stato faticoso ma facile: ora si inizia a giocare duro, con una discesa vertiginosa che impegnerà a fondo gambe ed equilibrio. Alterniamo tratti ripidi e scivolosi ad altri esposti (e magari anche scivolosi), senza mai l’ombra di un sentiero. Lungo remote vie di lizza il nostro cammino è confortato solo dai fori dei piri e dai segni che indicano comunque una direzione, incuranti della percorribilità.

Dalla Focola del Vento, il Rifugio Conti ci appare incastonato in una cengia al di là di un profondo fosso nel quale caliamo, aggiungendo le foglie bagnate alle usuali difficoltà.

Con le gambe doloranti iniziamo la defatigante salita in un ambiente umido, verde e primordiale, pressato sotto un cielo di nembi. Un’ora di patimenti e nella nebbia ci scontriamo finalmente con le pareti del Rifugio Nello Conti ai Campaniletti che sono ormai quasi le 20.

In dieci ore abbiamo coperto oltre 1.800 metri di dislivello in salita e 700 in discesa, ma in appena 8 chilometri!

L’acqua fredda sciacqua via stanchezza e non solo, e siamo già con le dolenti zampe sotto il tavolo, dove generose razioni di birra ghiacciata, risotto e salsicce ci ritemprano di tante stupefacenti fatiche.

Al tavolo vicino si festeggia un addio al celibato e anche per noi si riempiono bicchierini di liquori, mentre un entomologo ci racconta storie sugli insetti buoni e meno buoni.

Notte di pioggia nell’accogliente camerata e al mattino una calda colazione ci introduce in un mondo ancora più umido e scivoloso.

Sotto una tenue pioggerella iniziamo la lenta discesa lungo i tornanti della Via Vandelli. La matassa di muraglioni ci porta al paesino dimenticato di Resceto, dove nel piccolo bar trattoria di due simpatici vecchierelli consumiamo le ultime ore di questa splendida avventura apuana, e anche pastasciutta, vino e birra a volontà.

Con il favore delle tenebre rieccomi a Roma e la mia entrata al seggio elettorale alle 22,45, in zaino, sudore e scarponi, ha i toni dello spettacolo.

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