Monti Invisibili

Acquedotti Prenestini

Quota 219 m

Data 23 gennaio 2016

Sentiero parzialmente segnato

Dislivello 461 m

Distanza 24,83 km

Tempo totale 6:38 h

Tempo di marcia 4:53 h

Cartografia Il Lupo Monti Prenestini

Descrizione Anello degli Acquedotti (tempo totale 5,46 h, tempo di marcia 4,18 h, dislivello 370 m, distanza 21,50 km, sentiero parzialmente segnato): dalla stazione di servizio di Gallicano nel Lazio sulla S.P. 55a (190 m) per la Tagliata di Santa Maria di Cavamonte, Ponte Amato (182 m, +7 min.), il basolato della Via Prenestina antica, Via della Bullica, Ponte della Bullica (170 m, +24 min.), Ponte Pischero (161 m, +15 min.), il Castello di Passerano (133 m, +55 min.), Ponte Taulella (168 m, +1,13 h), Ponte Caipoli (183 m, +37 min.), di nuovo Ponte Amato (+41 min.) e la macchina (+6 min.).

Ponte Lupo (tempo totale 52 min., tempo di marcia 35 min., dislivello 91 m, distanza 3,33 km, sentiero non segnato): dall’incrocio della S.P. 49a con Via Faustiniana (190 m) a Ponte Lupo (162 m, +15 min.) e ritorno (+20 min).

Interessantissimo percorso su carrarecce e sentieri un tempo manutenuti e ormai abbandonati. Cospicua e pericolosa presenza di cacciatori.

06 Acquedotti prenestini log

Traccia GPS

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074PonteLupo.JPG071PonteLupo.JPG070PonteLupo.JPG068PonteLupo.JPG067PonteLupo.JPG064PonteLupo.JPG063PonteCaipoli.JPG059VersoPonteCaipolirifiuti.JPG055PonteTaulella.JPG054PonteTaulella.JPG051PonteTaulella.JPG050PonteTaulella.JPG046Acquerosserifiuti.JPG045Casacantoniera.JPG044CastellodiPasserano.JPG043CastellodiPasserano.JPG040CastellodiPasserano.JPG039CastellodiPasserano.JPG037CastellodiPasserano.JPG036CastellodiPasserano.JPG035CastellodiPasserano.JPG033CastellodiPasserano.JPG029Aziendaagricola.JPG028PontePischero.JPG025PontePischero.JPG023PontePischero.JPG022PontePischero.JPG021PontePischero.JPG019PontePischero.JPG018PontePischero.JPG015Vecchiomulino.JPG013GrottadiPontedellaBullica.JPG012PontedellaBullica.JPG.JPG011PontedellaBullica.JPG.JPG009GalleriaservizioAnioVetus.JPG007PontedellaBullica.JPG005ViaPrenestinavecchia.JPG004PonteAmato.JPG002VersoPonteAmato.JPG001TagliatadiSantaMariaCavamonte.JPG

Acquedotti prenestini, 23 gennaio 2016. Mi piace andare in montagna, anche d’inverno, quando i cieli sono tersi, le creste innevate e lo sguardo spazia su mondi candidi e sconfinati.

Solo che a volte mi sembra più difficile e pericoloso muoversi alle basse quote, quando i sentieri sembrano invitarti a una comoda passeggiata e poi spariscono, s’infrattano, diventano azzardate ravanate fra rovi e dirupi; che poi se cadi da dieci o da cento metri non è che cambi molto.

Ma quando le condizioni sulle montagne non sono delle migliori, si può sfruttare la minor vegetazione invernale per andare alla scoperta di suggestivi percorsi campestri, come questo nei dintorni di Gallicano del Lazio, alla ricerca del poderoso e dimenticato sistema di acquedotti romani che solca questo territorio, compreso fra le vie consolari Tiburtina e Prenestina, che ne annovera ben quattro: Anius Novus e Vetus, Acqua Marcia e Claudia.

Una passeggiata dai contrasti estremi: maestose opere d’ingegneria e rifiuti, natura selvaggia e prostituzione, storia e degrado; il tutto condito da sentieri ormai in stato di abbandono, ponti e torrenti adornati di buste e bottiglie, cacciatori agguerriti e cani feroci.

Parcheggiata la vettura presso una stazione di servizio, un cielo bigio mi accompagna fra le cupe pareti della Tagliata di Santa Maria di Cavamonte, dove affiorano i resti della Via Prenestina vecchia. Pochi minuti per il primo rudere della giornata, il massiccio Ponte Amato (II secolo a.C., 10 metri di altezza) dove sul ghiaccetto dell’ora rischio subito di addobbarmi sul basolato, che continua poi per un breve tratto dell’antica strada romana.

La vicina Via della Bullica da asfaltata si fa presto sterrata e, fra rifiuti affioranti e i paralleli crinali costellati di costruzioni e tralicci, proseguo accompagnato da una curiosa segnaletica della Via Francigena, nome forse usurpato per indicare quelle direttrici che da sud conducevano a Roma oppure da questa verso Gerusalemme.

Una breve deviazione mi porta al Ponte della Bullica (144 a.C., 5,50 m), sull’acquedotto dell’Acqua Marcia,  avviluppato in un umido rigoglio di vegetazione. Ancora visibile lo speco, il canale sotterraneo che convogliava l’acqua. Salgo una trentina di metri dall’altra parte e raggiungo la galleria di servizio, purtroppo chiusa da un’inferriata. Infatti l’altura sovrastante raggiunge una quota di 50 metri superiore nel punto in cui l’acquedotto la sottopassa e per evitare pozzi profondi e difficilmente praticabili per lo scavo e la manutenzione, i romani realizzarono sopra lo speco questa galleria lunga 230 metri che trapassa l'intero colle.

Riprendo la sterrata, oltrepassando alcune grotte e un mulino diruto e subito dopo ecco Ponte Pischero (272 a.C., 17 m) facente parte dell’Anio Vetus e costruito in opus quadratum con lo speco ben visibile.

La segnaletica è divelta e l’antica rovina inglobata in un’azienda agricola dove fra cani ululanti m’introduco furtivo ma anche sfacciato. Un malmesso tracciato fra massi, muschi e felci mi porta alla base del ponte. Stupore e meraviglia, storia e magia: sembra di essere in un’incisione del Piranesi, fra lame di luce, semiarchi sospesi, blocchi ciclopici, anfratti misteriosi da dove sgorgano acque rombanti. M’introduco nell’oscurità di una galleria collassata con la sensazione che a momenti possa crollarmi tutto addosso.

Sotto lo sguardo torvo del fattore che non risponde al saluto e inseguito da cani ringhianti (ma ho il mio fido tortòre), attraverso l’azienda e seguo un percorso ormai abbandonato che ha visto tempi migliori.

Senza soverchi problemi se non il fango arrivo al Castello di Passerano: la parte inferiore è un’azienda agricola con tanto di spaccio, quella superiore sembra abbandonata. Mi appoggio al cancello del maniero che cigolando si schiude. Sotto l’originale torrione ellittico una porta è aperta, sul fondo un lume spento, una scala che sale nell’oscurità, ma è proprietà privata… lasciamo perdere.

Il percorso lambisce ora la strada: rifiuti di ogni sorta, materassi occultati nelle fratte, profilattici e fazzoletti non lasciano molti dubbi. Un cartello mi avverte che l’area è Patrimonio della Regione Campania. Finalmente abbandono la strada e fra un numero sempre crescente di cacciatori e di schioppettate mi avvio per un piacevole sentiero nel bosco fino al meraviglioso Ponte Taulella (260 a.C., 16 m), in opus quadratum sull’Anio Vetus: alto e aereo nella profonda e oscura forra.

Schivando carcasse di automobili, fucilate e cinghiali, torno sui miei passi verso Ponte Caipoli (144 a.C., 13 m) relativo all’Acqua Marcia, a due arcate sovrapposte con cacciatore infrattato.

Mi avvio nuovamente verso Gallicano per soddisfare l’ultima curiosità della giornata: il mitico Ponte Lupo (144 a.C.), colossale snodo di tre acquedotti, divenuto nei secoli una sorta di diga a sbarrare la Valle dei Morti. Avevo individuato un itinerario a piedi ma avrei perso altro tempo fra sterrate e monnezza e così, parcheggiata la vettura all’incrocio della strada per Poli con Via Faustiniana e dopo essermi quasi fatto lo scalpo su un filo spinato ad altezza di capoccia, circa al km 31 m’incammino per un sentiero verso la valle.

Improvvisa e stupefacente mi appare la ciclopica muraglia dell’antico acquedotto, vero capolavoro di ingegneria idraulica  immerso in una vegetazione fitta e selvaggia: lungo 115 metri, largo tra i 18 e i 25 e con un’altezza di 30. Un cacciatore mi scruta dall’alto mentre seguo le tracce che mi portano sulle balze del ponte e di lì in ripida salita sui resti della strada sommitale, da dove una vista vertiginosa abbraccia tutta la valle. Mi sovvengono le parole di Plinio il Vecchio "Chi vorrà considerare con attenzione la distanza da cui l'acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso".

Finisce così questa avventura fra storia, contrasti, stupore e degrado. E solo alla fine mi accorgerò che in una delle tante ravanate ho perso lo scudetto del Club 2000 m.

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