Monti Invisibili
Riserva del Barco
Quota 316 m
Data 14 marzo 2026
Sentiero non segnato
Dislivello 49 m
Distanza 3,03 km
Tempo totale 1:37 h
Tempo di marcia 0:59 h
Descrizione Dalla Chiesa della Madonna del Barco (309 m) per i ruderi del Casino di caccia dei Farnese (316 m, +14 min.), la prima grotta sottostante (302 m, +6 min.), la seconda grotta sottostante (300 m, +14 min.), i colombari (293 m, +13 min.) e ritorno per la stessa via (+12 min.). Breve passeggiata esplorativa alla ricerca di ruderi e pertinenze del Casino di caccia dei Farnese in ambiente relativamente agevole, tranne per l’accesso ai colombari su parete dirupata e scivolosa a picco su un fosso.

037 Colombari

036 Colombari

035 Colombari

034 Colombari

033 Colombari

032 Verso i colombari

031 Verso i colombari

030 Seconda grotta

029 Seconda grotta

028 Prima grotta

027 Prima grotta

026 Prima grotta

025 Prima grotta

023 Prima grotta

022 Casino di caccia dei Farnese

021,5 Casino di caccia dei Farnese

021 Casino di caccia dei Farnese

020 Casino di caccia dei Farnese

018 Casino di caccia dei Farnese

015 Casino di caccia dei Farnese

014 Casino di caccia dei Farnese

013 Casino di caccia dei Farnese

011 Casino di caccia dei Farnese

010 Casino di caccia dei Farnese

009 Casino di caccia dei Farnese

007 Casino di caccia dei Farnese

004 Casino di caccia dei Farnese

003 Casino di caccia dei Farnese

002 Casino di caccia dei Farnese

001 Chiesa della Madonna del Barco

000 Riserva del Barco altimetria
Riserva del Barco, 14 marzo 2026. Quando solco un territorio, sono attratto dalla camminata in sé. Anche dalla stessa piacevole monotonia del passo, attendendo che, in una genetica contrapposizione, venga ravvivata dalla necessaria energia delle cosiddette emergenze, nel senso di cose che emergono dall’uniformità. Un picco roccioso, un albero monumentale, un fiore colorato, una forra o una grotta. E anche ruderi, tombe, castelli e opifici diruti, borghi abbandonati e altre emergenze umane.
Ora, se però è evidente che si possa provare piacere nell’imbattersi in un qualsiasi tipo di meraviglia naturale, dove risiede il motivo dell’apprezzamento per qualcosa che in buona sostanza esprime fine, morte, passato, come le dimenticate vestigia umane?
Frequentando sovente questa tipologia di ambienti, ho avuto modo di rifletterci a lungo, giungendo a una doppia conclusione.
Da un lato – come nella dicotomia dolore/piacere – c’è tutto lo stupore del rinvenire elementi antropici in un ambiente naturale; dall’altro l’evidenza di un contrasto incessante fra la vitalità umana e quella della natura, pronte alla prima distrazione e prendere il sopravvento l’una sull’altra.
Un’armonia dei contrasti: delle forme lineari sulle circonvoluzioni naturali, del colore sul monocromatico, del silenzio sul rumore, del passato sul presente, della memoria sull’oblio. Un senso di nostalgia suscitato dalle vite che hanno animato quelle plaghe.
I luoghi abbandonati sono essenze che permettono di percepire il respiro del tempo; espressione di quel Ruderismo tipico del Romanticismo, che evoca atmosfere misteriose e inquietanti, ricordando all’uomo l’ineluttabilità del trascorrere del tempo.
Vai a pensare, allora, che in un territorio di noccioleti a perdita d’occhio potevo riuscire a scovare tali motivi d’interesse come quelli scoperti oggi durante questa brevissima camminata? Appena tre chilometri, infatti, e poco più di un’ora e mezza di cammino, che però mi hanno immerso un una di quelle micro avventure (con la emme molto piccola e la A grandissima) che mi mandano in sollucchero e che divengono sempre più il sale della vita.
Partenza da casa con soverchia calma e sono da poco trascorse le 8 quando approdo alle brume della chiesetta del Barco. Un fatiscente cartello turistico mi introduce su una stradicciola campestre in una macchia che stilla tutta l’umidità di questa giornata nuvolosa.
Flebili ma decise tracce s’intersecano a casaccio, ma la mia prima destinazione dovrebbe essere proprio in cima a un’altura; e infatti in breve scorgo alcuni ruderi che occhieggiano alti nel bosco. M’infilo in una siepe e sono proprio al centro di mura svettanti.
Sono i resti del Casino di caccia dei Farnese, ad appena cinque chilometri dal più noto Palazzo Farnese di Caprarola. Fatto costruire nel XVI secolo, per svago proprio e dei suoi alleati, dal cardinale Alessandro Farnese su progetto del Vignola, completo anche di un lago artificiale con un’isola al centro e ricco di pesci e uccelli acquatici.
Mi aggiro con cautela in un mondo che fu ricco e opulento ai limiti della sfacciataggine e ora è solo pietre dimenticate avviluppate dalla vegetazione.
La parte facile è andata. Ora, senza troppe indicazioni, bisogna trovare due grotte sottostanti, sorta di cantine al servizio della costruzione. Vengono in soccorso le tracce cui ho accennato. E infatti in breve eccomi davanti a un grande antro. Una spelonca separata da un muro interno: da una parte il graffito di due uccelli, dall’altra una specie di scudo crociato che sembra una croce di Lorena modificata.
Via ora alla ricerca della seconda grotta. Trovo l’accesso al Fosso di Sassovolto, che sembra una via cava ma secondo me non lo è. Sul fondo scorre l’acqua ma la base è rocciosa e procedo sguazzando agevolmente. Ecco un’altra traccia, ben incisa, quasi un tratturo che risale il fianco destro del fosso. E in breve la spelonca che cercavo. Uno scavo della tipologia dell’Ipogeo di Santa Pupa e delle Grotte della Porcareccia: un’apertura più grande che quasi a imbuto conduce a una più piccola, della cui inconsueta forma ignoro la funzione.
Ora però non riesco a capire dove dovrebbero aprirsi i colombari. So solo che sono sottostanti a questa grotta: mi affaccio sul ciglio ma si apre uno strapiombo sul fosso che ho appena percorso. Decido di passare dall’altra parte a dare un’occhiata alla parete sopra la quale sono ora.
E infatti ecco due aperture, irraggiungibili per lo smottamento della costa. Ma celata nella vegetazione ce n’è una terza dove forse posso arrampicarmi. Riscendo nel fosso e scopro che ci ero passato proprio vicino. La salita non è facilissima (figuriamoci l’inevitabile discesa) ma con l’aiuto di un albero e una buona dose di temerarietà sono dentro. Un’enigmatica struttura a celle che non sembra funeraria etrusca, ma più proprio per l’allevamento dei piccioni; con una sorta di piano di lavoro e un basso tunnel che mi conduce al secondo colombario identico al primo. Un altro passaggio, in parte franato, conduce al terzo, ma non mi arrischio.
Con un po’ di difficoltà in scivolata riscendo nel fosso. E mi riavvio fischiettando verso casa, giusto in tempo per fare la spesa.