Monti Invisibili
Monte San Franco
Quota 2.132 m
Data 13 giugno 2026
Sentiero parzialmente segnato
Dislivello 1.411 m
Distanza 24,76 km
Tempo totale 10:54 h
Tempo di marcia 9:23 h
Cartografia Il Lupo Gran Sasso d’Italia
Descrizione Dal km 17 della S.S. 80 a monte di Arischia (974 m) per Fonte Ovindoli (1.461 m, +1,08 h), Fonte del Capo (1.462 m, +36 min.) e le vicine rovine di Sant’Antonino, la S.P. 86 (1.466 m, +6 min.), Acqua San Franco (1.730 m, +45 min.), lo Stazzo di Fossonizzola (1.713 m, +24 min.), Il Passo del Belvedere (1.789 m, +22 min.), la Cresta di Rotigliano, Monte San Franco (2.132 m, +1,09 h), la Costa di Pietra Liscia, il Fontanile di San Vincenzo e la vicina S.P. 86 (1.488 m, +1,24 h), il Colle delle Macchie (1.592 m, +34 min.), Ponte le Pescine sulla S.S. 80 (1.048 m, +2,43 h) e la macchina (+12 min.). Entusiasmante e faticosissima escursione in ambiente solitario e selvaggio. Notevolissime difficoltà (1,50 h) a coprire gli ultimi 800 metri a motivo di un vecchio incendio che ha provocato la totale caduta delle conifere e la crescita di rovi. Anello non più percorribile per questo motivo. Notevole raccolto di orapi alla Stazzo di Fossonizzola.

044 Rrischia

043 Residui incendio verso S.S. 80

042 Residui incendio verso S.S 80

041 Sn Vincenzo

040 Fontanile di San Vincenzo

039 Monte San Franco

038 Da Monte San Franco

037 Monte San Franco

035 Monte San Franco

034 Verso Monte San Franco

033 Lago di Campotosto

032 Cresta di Rotigliano

031 Cresta di Rotigliano

030 Monte Corvo

029 Monti della Laga

028 Lago di Campotosto e Monti della Laga

027 Lago di Campotosto

026 Peonia

025 Stazzo di Fossonizzola orapi

024 MonteJjenca

022 Acqua San Franco

021 Acqua San Franco

019 Acqua San Franco

018 Acqua San Franco

017 S.P. 86 del Vasto

016 Sant'Antonino

015 Fonte del Capo

014 Le Prata

013 Le Prata

012 Le Prata

011 Le Prata

010 Monte San Franco

009 Fonte Ovindoli

007 Verso Fonte Ovindoli

006 Verso Fonte Ovindoli

005 Verso Fonte Ovindoli

004 Rosa canina

002 Verso Fonte Ovindoli

000 Monte San Franco altimetria
Monte San Franco, 13 giugno 2026. Tutti i territori – almeno nelle nostre più antropizzate regioni – possiedono dei centri di attrazione capaci di catalizzare l’attenzione di torme di visitatori. Roma, la mia città, ne ha molteplici, ma quasi tutti concentrati in una sorta di triangolo San Pietro – Colosseo - Piazza di Spagna; basta però inoltrarsi per vie secondarie per scoprire scorci meravigliosi, al riparo dal tedio delle folle. Sulle Alpi, il pur splendido Gruppo Sella ha perso ormai ogni suggestione, sommerso dal vociare becero dei camminatori della domenica; ma andate a scoprire il Friuli o il Piemonte per ricordare quanto la montagna sappia essere ancora solitaria, anche in alta stagione. E al Parco Nazionale d’Abruzzo, se in certi periodi i borghi di Pescasseroli e Civitella Alfedena divengono, insieme alla Camosciara, delle vere e proprie succursali cittadine, provate a dirigere gli scarponi verso le successive aggiunte di Lazio e Molise, per restare quasi intimoriti per tanta solitudine.
In questo over-tourism dei tempi moderni, il Gran Sasso non fa eccezione, tanto che in estate è ormai necessario chiudere la strada di accesso alle più alte quote quando rapidamente i parcheggi disponibili si esauriscono. Ma che razza di piacere si può ancora provare se le condizioni sono queste? Anche qui, per fortuna, basta dare un’occhiata alla carta per scoprire che la maggior parte del territorio è libero da invasioni. Persino una montagna facile come il San Franco può essere raggiunta senza incontrare letteralmente anima viva, scoprendo scorci meravigliosi e anche con un supplenento di avventura quando proprio più non te lo aspetti.
Così, attratto dalle alte quote anche per ragioni di orapi e nel desiderio di ampliare la conoscenza di quelle remote terre di mezzo che sorreggono il Gran Sasso, parcheggio l’autovettura appena sopra Arischia, per questa lunga immersione che mi porterà in vetta al San Franco.
Le prime ore si snodano in una pineta dai sentori alpini, lungo antiche tracce pastorali che rendono così peculiare questo ondulato altopiano in salita, fatto di arrotondati cocuzzoli e celate vallette, dove i cumuli di pietre testimoniano l’antica opera di sminamento.
La lunga costiera del Gran Sasso balugina smeraldina controluce quando approdo ai 1.461 metri della Fonte Ovindoli per una rinfrescante bevuta. Attraverso in breve la Strada Provinciale del Vasto e m’inerpico su una panoramica sterrata che presto lascio per una ripida salita a svolte fino alla piccola cappella dell’Acqua San Franco. Luogo di culto del Gran Sasso a protezione di un’acqua ritenuta miracolosa che sgorga potente da due profonde nicchie. Miracolosa non so, dissetante sicuramente.
Con passo agile il cammino si fa ora pianeggiante, lungo un sentiero di collegamento pastorale che mi porta di nuovo sulla sterrata. Non dimentico che oggi il mio obiettivo sarebbe raccogliere gli orapi richiesti da mia figlia, ma per ora non ne vedo traccia. Poi un gradevole effluvio ovino m’investe e scorgo delle pianticelle stente sul bordo della carrareccia; rimonto il pendio e vicino a una costruzione diruta eccolo: un ampio campo della gustosa verzura. Mi siedo fra le piante e in venti minuti due buste sono colme.
Ripreso il cammino, valico il Passo del Belvedere e mi avvio lungo la splendida Cresta del Rotigliano. Un cielo profondo, solcato da candidi nembi, fa da quinta al poderoso Monte Corvo e al massiccio centrale del Gran Sasso che si elevano fieri sui boschi della Valle del Chiarino; dall’altra parte splende blu il Lago di Campotosto con la Laga si alza elegante dalle acque.
Ai 2.132 metri della vetta sbocconcello dei pomodori e mi gusto il panorama e la solitudine con una robusta radica fra i denti.
Uno squillo mi ridesta: i doveri sociali e familiari della sera incombono e devo rimettermi in marcia di molto buona lena. La cresta occidentale scende rapida e ripida su tracce poco accennate, fino a intercettare di nuovo la Provinciale del Vasto.
La risalita al Colle delle Macchie sotto il sole del meriggio richiede coraggio, ma poi inizio a scendere rapido fuori sentiero fra fitti boschi di conifere. Qualche albero caduto rallenta il passo, ma nulla che possa impensierire. Inizio già ad avvertire il rumore della strada e in quindici minuti dovrei essere alla macchina. Ed ecco l’imprevisto: esco dal bosco e mi si propone davanti uno scenario pauroso. Un vecchio incendio (scoprirò poi del 2020) ha devastato i valloni di questa zona impervia: scheletri di conifere carbonizzati si ergono spettrali, mentre una quantità infinita di alberi è accatastata a terra in un gigantesco, instabile shanghai di tronchi e rovi. Sono a soli 800 metri dalla strada: mi figuro che non sarà semplice percorrerli. Sarà decisamente peggio.
Sotto un sole stordente ingaggio una pericolosa battaglia senza quartiere fra questi tronchi carbonizzati: scavalco rami appuntiti, m’infilo in cespugli spinosi, cammino sospeso a un metro da terra su tronchi mobili. Una caduta avrebbe conseguenze disastrose. Cerco di pianificare i miei passi in questo labirinto, ma spesso finisco in nasse dalle quali devo lambiccarmi per uscirne. Non mi ero mai trovato in una situazione di tale difficoltà e in un paio di occasione sento venire meno le forze. E intanto beffardamente e inspiegabilmente le Frecce Tricolori sfrecciano sulla mia testa (scoprirò poi che era in corso un Air Show a L’Aquila).
Nero come un carbonaio e ormai incurante di rovi e perigli mi precipito giù per uno scapicollo spinoso che sembra potermi condurre fuori. E infatti, devastato, pestato, graffiato nel fisico e nella mente cado quasi sulla strada: un’ora e cinquanta minuti dopo l’inizio dell’inferno.
Una birra gelida, una sciacquata nel bagno del bar e via di corsa verso casa per non incorrere negli strali della consorte. Giusto in tempo per la cena fuori... direttamente in modalità "wild", senza nemmeno il tempo di passare dalla doccia!