Monti Invisibili
Grotte Cave
Quota 782 m
Data 3 maggio 2026
Sentiero parzialmente segnato
Dislivello in salita 554 m
Dislivello in discesa 218 m
Distanza 13,39 km
Tempo totale 3:37 h
Tempo di marcia 3:08 h
Cartografia Carta escursionistica Parco Castelli Romani
Descrizione Dalla stazione di Frascati della linea ferroviaria FL4 (300 m) per i ruderi dell’Acquedotto degli Arcioni (500 m, +1,45 h), le Grotte Cave (687 m, +35 min.), Monte Ara (782 m, +15 min.) e Via San Sebastiano a Rocca di Papa (638 m, +33 min.). Facile escursione su sterrate e sentieri con la sola difficoltà del taglio indiscriminato degli alberi che invade il percorso.

016 Rocca di Papa

014 Asfodelo

013 Grotte Cave

012 Grotte Cave

011 Grotte Cave

010 Grotte Cave

009 Grotte Cave

008 Grotte Cave

007 Grotte Cave

006 Acquedotto degli Arcioni

005 Acquedotto degli Arcioni

004 Acquedotto degli Arcioni

003 Acquedotto degli Arcioni

002 Frascati

001 Frascati

000 Grotte Cave altimetria
Grotte Cave, 3 maggio 2026. Camminare per un’intera giornata non è solo un esercizio fisico, ma una vera e propria manutenzione straordinaria di corpo e cervello. Se dopo qualche chilometro le giunture ci possono anche far giungere il loro lamento, al contrario la mente inizia presto a ringraziare.
A parte l’ormai noto rilascio di endorfine, dopamine, serotonine, capaci di migliorare l’umore più cupo e indurre addirittura una sensazione di euforia, c’è un aspetto meno chimico, più meccanico e primordiale.
Nel ritmico e quasi ipnotico movimento cadenzato del passo c’è un elemento che induce una sorta di meditazione dinamica, spegne i pensieri molesti (mi sembra di ricordare che Tiziano Terzani parlasse del cervello come di una scimmia ubriaca) e apre la mente all’introspezione e alla creatività. “I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo” affermava con certezza Søren Kierkegaard.
Insomma, camminare ci libera da quel continuo rumore di fondo della vita quotidiana, restituendoci a un’attività più serena e naturale.
E se i giorni di cammino divengono due, questi aspetti si amplificano in maniera sinergica, facendoci transitare dalla modalità turista a quella camminatore. Dopo i primi passi le infiammazioni del giorno precedente magicamente scompaiono e la mente si trova già in uno stato di relax che la pone ancora più pronta a cogliere le gioie di cammino.
Dopo l’appagante escursione del giorno precedente alla ricerca di eremi sui Monti Ernici, una fortunata circostanza mi pone in cammino anche oggi.
La fortunata circostanza è l’invito al gustoso desco della suocera a Rocca di Papa dove, quando possibile, preferisco recarmi a piedi. Con questa scusa desidero infatti andare a scoprire due perle nascoste del Parco Regionale dei Castelli Romani che ancora mancano alla mia collezione: l’Acquedotto degli Arcioni e le Grotte Cave. Ma andiamo con ordine.
Appena mezz’ora e dalla Stazione Termini di Roma il treno mi deposita in una Frascati mezza addormentata. Lancio subito il passo per una breve combinazione di strade asfaltate, fortunatamente bordeggiate da marciapiedi e immerse in una primavera ormai prepotente.
Il bitume diventa breccia e il rumore delle automobili diviene silenzio e cinguettio. La passeggiata si snoda agevole mutando presto in sentiero, se non fosse per i famigerati tagli degli alberi dei Castelli Romani, che procedono incuranti anche dei percorsi escursionistici, lasciando un groviglio di rami e di tronchi arduo da superare.
Arrivo comunque in vista del primo obiettivo. Anzì, in effetti fatico a scorgerlo nella vegetazione, ma poi avvisto l’esile teoria di otto archi e sono sotto il romano Acquedotto degli Arcioni, che riforniva anche la smarrita villa di Cicerone.
Con il caldo che inizia a mordere riprendo il cammino in costante salita. Il bosco di castagni si fa fitto mentre prendo a costeggiare una sorta di trincea che sembra scavata da mano umana. E in effetti presto eccomi all’ingresso della tagliata delle Grotte Cave, costellata sui fianchi di una miriade di nicchie.
Sembra una di quelle vie cave etrusche che tante volte ho percorso nella Tuscia e invece questa ha tutta un’altra storia. Non via di comunicazione, infatti, ma cava di tufo e lapillo da costruzione. Le nicchie altro non sono che i punti dove veniva estratto il materiale. Ma con la Seconda Guerra Mondiale e i bombardamenti la destinazione cambiò. La popolazione in fuga adattò queste cavità a ricoveri familiari e nuove ne vennero scavate per essere abitate dagli sfollati fino al 1945.
Osservato da queste oscure cavità, sfilo per circa 200 metri nel silenzioso e oscuro corridoio di tufo, avvolto da rampicanti, muschi, felci e radici nodose.
Pochi minuti ormai per uscire dal bosco nella parte alta di Rocca di Papa. Mi immergo nella gente che esce dalla messa, in tavolini di aperitivi e presto eccomi a casa per il pranzo familiare.