Monti Invisibili
Borghi dimenticati della Laga
Quota 1.572 m
Data 18 aprile 2026
Sentiero non segnato
Dislivello 869 m
Distanza 19,54 km
Tempo totale 6:44 h
Tempo di marcia 6:03 h
Cartografia Monti Gemelli
Descrizione Dal borgo abbandonato di Piano Maggiore (1.085 m) per il Fontanile Ciuffa (1.280 m, +1,10 h), il Monte della Farina (1.572 m, +1 h), il Valico di Pietra Stretta (1.417 m, +26 min.), il borgo abbandonato di Valle Piola (1.017 m, +1,10 h), Acquaratola (1.036 m, +48 min.), il Fontanile Ciuffa (+36 min.) e Piano Maggiore (+53 min.). Piacevole anello fra borghi deserti su sentieri, carrarecce, tratturi e terreno d’avventura, con splendide vedute su Velino, Laga e Gran Sasso. Neve uniforme e fonda dai 1.300 metri. Avvistati un capriolo e un biacco (Hierophis viridiflavus).

039 Serra Santissimo Salvatore

040 Laturo

056 Teramo

055 Piano Maggiore

054 Piano Maggiore San Pietro

053 Piano Maggiore San Pietro

052 Macchia da Sole e Montagna dei Fiori

051 Piano Maggiore e Monte Foltrone

050 Acquaratola

049 Acquaratola Sant'Egidio abate

048 Acquaratola

046 Acquaratola

045 Acquaratola

044 Valle Piola

043 Valle Piola

042 Valle Piola San Nicola

041 Valle Piola San Nicola

040 Valle Piola

039 Valle Piola

038 Valle Piola San Nicola

037 Valle Piola San Nicola

036 Valle Piola

035 Valle Piola

034 Melo o pero selvatico

033 Gran Sasso

032 Valle Piola

031 Gran Sasso

030 Gran Sasso

029 Monte della Farina

028 Foglia

027 Valle Piola

026 Valico di Pietra Stretta

025 Valico di Pietra Stretta

024 Valico di Pietra Stretta

023 Hepatica nobilis - Nnemone fegatella

022 Monte della Farina

019 Valle Piola

017 Monte della Farina

016 Monte della Farina

015 Monte della Farina

014 Gran Sasso

013 Monti della Laga

011 Montagna dei Fiori

010 Monti della Laga

009 Monti della Laga

008 Monti della Laga

006 Fontanile Ciuffa

005 Monte Velino

003 Piano Maggiore San Pietro

002 Piano Maggiore San Pietro

001 Stato Pontificio - Regno Due Sicilie

000 Laga borghi altimetria
Borghi dimenticati della Laga, 18 aprile 2026. I Monti della Laga sono un territorio affascinante e selvaggio, ma anche una profonda anomalia nel contesto dell'Appennino centrale. Infatti, nel confronto con i vicini giganti di calcare – il Gran Sasso e la Majella, ma anche il Sirente-Velino – salta subito all’occhio la notevole densità di borghi e frazioni (a volte minuscole ma comunque numerosissime), segnati però anche da un profondo abbandono.
Camminando sui sentieri (o più spesso su terreno d’avventura) di queste montagne, è frequente imbattersi in borghi fantasma, alcuni completamente persi nella vegetazione, pochi con timidi e faticosi segni di recupero.
E sorge la curiosità: come mai la Laga ha conosciuto un tale sviluppo di borghi e perché poi sono stati abbandonati? La risposta è una sintesi di fattori storici, economici e sociali, tutti però basati su un fondamento geologico.
Infatti, mentre gran parte dell'Appennino è costituito da roccia calcarea permeabile che lascia filtrare l'acqua nelle profondità, creando grotte e fiumi sotterranei, i Monti della Laga sono composti da Flysch, termine di origine germanica che vuol dire “terreno che scivola”. Una roccia sedimentaria formata da strati alternati di arenaria (sabbia compattata) e marna (argilla) che rende il suolo impermeabile.
Sui Monti della Laga, quindi, l'acqua non scompare nel sottosuolo come nel resto dell’Appennino, ma resta in superficie, creando quelle migliaia di sorgenti, ruscelli e spettacolari cascate per i quali questo territorio e a ragione noto.
Tutta quest’acqua ha modellato forme più dolci e arrotondate, insieme a grandi estensioni di foreste e di pascoli, permettendo all’uomo di stabilirsi non solo vicino alle rare sorgenti di fondo valle – come nel resto dell’Appennino – ma ovunque potesse trarre un vantaggio economico, con la certezza di avere un fontanile funzionante tutto l'anno. Inoltre la degradazione delle arenarie e delle marne ha prodotto un suolo molto più profondo e fertile rispetto alla tipica roccia nuda e brulla appenninica, consentendo la coltivazione di cereali e patate anche a quote elevate.
Senza dimenticare il castagno che popola tutte le medie quote della Laga: questo “albero del pane” ha garantito per secoli la sopravvivenza delle popolazioni locali, fornendo cibo e legname da costruzione e da carbone. Un paese circondato da castagneti era un paese che non moriva di fame.
Questi fattori hanno consentito quindi la creazione di un modello di insediamento sparso. Invece di un unico grande centro fortificato, sono nate decine di frazioni collegate da una rete di sentieri, nelle immediate vicinanze del pascolo, del bosco, del coltivo d’interesse.
Ma questi fattori che hanno determinato una montagna viva e abitata in modo capillare, hanno in parte condotto al suo successivo spopolamento.
La geologia instabile delle argille e delle arenarie è soggetta a continui movimenti ed erosioni. Se era possibile ripristinare o aggirare una mulattiera o un sentiero franati, con la motorizzazione del Paese e la difficoltà di costruire strade, molti borghi si sono trovati di fatto isolati. A questo si sono aggiunti i numerosi terremoti, la fine della transumanza e il richiamo del boom economico e dell’inurbamento, alla ricerca di lavoro e benessere in città.
In pratica molti di questi borghi, basati su un’agricoltura di sussistenza e sulla pastorizia, sono morti non per mancanza di risorse, ma perché il modello di vita che rappresentavano (autarchico e rurale) è diventato incompatibile con la modernità frenetica del secolo scorso: e negli anni ’70 gli ultimi borghi sono stati abbandonati.
La natura si riprende il proprio spazio, i muri sono coperti di rampicanti, alberi crescono nelle stanze a cielo aperto, le vie divengono sentieri e i sentieri vengono inghiottiti dalla vegetazione.
Ma proprio per fuggire la frenesia che ne ha determinato l’abbandono, alcuni di questi vengono ora – con passione e difficoltà – recuperati: un serbatoio di tradizioni e testimonianze dal forte valore umano e sociale. Un punto fermo, qualcosa di solido cui legarsi in un mondo sempre più veloce ed effimero. E divengono anche meta di un turismo lento ed esplorativo, come quello che mi ha portato nella quarta avventura alla ricerca di queste antiche esistenze minime.
Partendo questa volta dal borgo di Piano Maggiore, alto in fronte al Monte Foltrone e alla Montagna dei Fiori, raggiungibile in auto con una malmessa sterrata. La piccola Chiesa di San Pietro, con il suo campanile a vela, sfida il tempo in un silenzio rotto solo dal sibilo del vento. Prendo a camminare su una mulattiera che in questa stagione è ruscello e fiume. Le acque del disgelo rombano ovunque: sopra sulla montagna e sotto nella valle.
Ai 1.280 metri del Fontanile Ciuffa la neve si fa compatta e uniforme. Io non sono attrezzato, ma il percorso è agevole e più che i piedi bagnati non rischio.
Un capriolo balza via in grandi archi, mentre Velino, Laga e Gran Sasso risplendono giganteschi all’orizzonte. In un bagliore accecante raggiungo i 1.572 metri del Monte della Farina, un affilato promontorio lanciato sulle profondità della Valle Piola.
Con l’aiuto degli alberi scendo ripido a intercettare un tratturo e in breve sono ai 1.417 metri del Valico di Pietra stretta, sorvegliato dalla pareidolia fantastica di un rapace mitologico.
Poca carrareccia e lascio l’ultima neve per lanciarmi su terreno d’avventura nella Valle Piola. Antichi terrazzamenti, parvenze di muraglie a secco e sono al borgo abbandonato che prende il nome dalla valle e assurto agli onori delle cronache per essere stato posto in vendita in blocco per 550.000 euro.
Mi aggiro per stalle ed edifici diroccati: camini, scansie, mensole e l’ingabbiata chiesa di San Nicola. Solo un grande casone è perfettamente restaurato, la Casa del Pastore, pronto ad accogliere eventuali ospiti.
Riprendo il mio cammino su un bel sentiero di costa. Un biacco si scalda al sole e io attraverso numerosi fossi di acque scroscianti.
Cartelli ammoniscono di stare attenti ai cani pastore, un branco m’insegue e sono alle poche case di Acquaratola: segni di vita ma nessuno in vista.
Da qui è solo carrareccia che attraverso il Fontanile Ciuffa mi riporta a Piano Maggiore. Appoggiato al portale della chiesa, con vista sulla Montagna dei Fiori, assaporo una pipa e le emozioni di questo viaggio nel tempo.
Macchia Vomano, Aiello, Figliola, San Giorgio, Poggio Umbricchio, Vosci, Olmeto, Laturo, Vallenquina, Prevenisco, Mattere, Vallepezzata da Sole, Vallepezzata da Borea, Serra, San Biagio, Stivigliano, Piano Maggiore, Valle Piola, Acquaratola. Di tanti borghi più o meno disabitati che ho attraversato in questi anni, quali sono stati i più belli e affascinanti? A mio parere Laturo e Serra
Immerso nei boschi, Laturo è in una splendida posizione, articolato su un declivio con vista sulla valle e sui Monti della Laga. Un borgo totalmente abbandonato dagli anni ’70, ma che oggi, grazie all'impegno dell'associazione Amici di Laturo, sta tornando lentamente a vivere, puntando su un turismo lento e sostenibile. È purtroppo notizia di questi giorni che una frana ne ha reso impossibile l’accesso da nord.
E poi Serra, a oltre mille metri su uno sperone assolato, con vista sul Gran Sasso e su una grande vallata punteggiata di altri borghi antichi.
Un territorio da scoprire con curiosità e lentezza.