Monti Invisibili

Campo Rotondo - San Benedetto dei Marsi
Quota 1.647 m
Data 30 giugno 2026
Percorso parzialmente segnato
Dislivello in salita 613 m
Dislivello in discesa 1.300 m
Distanza 33,90 km
Tempo totale 11:25 h
Tempo di marcia 10:10 h
Birra 1,2 l
Descrizione Da Campo Rotondo (1.409 m) per il Passo della Ceria (1.647 m, +47 min.), Castellafiume (860 m, +2,19 h), Capistrello (720 m, +1,30 h), Colle Sforgiato (990 m, +1,54 h) e attraversamento della Piana del Fucino lungo la S.P. 20 Marruviana fino a San Benedetto dei Marsi (680 m, +3,40 h). Notte al B&B Casa Grazia. Discesa verso Castellafiume notevolmente scoscesa e infrascata: probabilmente al punto di quota 1.097 conviene prendere il sentiero di destra. Scavalcamento di Colle Sforgiato oltremodo complicato per vegetazione intricata, assenza di traccia e ripidezza soprattutto nella discesa: probabilmente raggiunta fortunosamente la carrareccia di quota 983 conviene seguirla verso nord fino a scendere nella piana. S.P. 20 notevolmente trafficata anche da mezzi pesanti, con un’ora di pioggia battente e fortunoso passaggio per gli ultimi 6 km. Rimediata una zecca.
 

campo rotondo san benedetto dei marsi mappa

Traccia GPS

san benedetto dei marsi

058 San Benedetto dei Marsi

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057 San Benedetto dei Marsi

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056 San Benedetto dei Marsi

san benedetto dei marsi santa sabina

055 San Benedetto dei Marsi Santa Sabina

san benedetto dei marsi santa sabina

054 San Benedetto dei Marsi Santa Sabina

piana del fucino

053 Piana del Fucino

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051 Colle Sforgiato Piana del Fucino

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050 Verso Colle Sforgiato

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048 Capistrello

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047 Castellafiume

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046 Castellafiume

campo rotondo san benedetto dei marsi altimetria

000 Campo Rotondo - San Benedetto dei Marsi altimetria

San Benedetto dei Marsi, 30 giugno 2026. Un’aria finalmente fresca, una tazza di tè bollente e il mio diario: ecco, ora è il momento giusto per raccontare.
Ormai il cammino procede in una connessione geografica e cronologica con l’ambiente. Mi alzo e cammino, sono stanco e mi fermo, ho sete e mi faccio una birra. I suoni, gli odori, i paesaggi entrano con naturalezza a far parte del mio essere, sensibile a cogliere uno stormir di foglie, l’aroma grasso della terra, uno squarcio di panorama che si apre fra gli alberi. Anche l’umore e le energie seguono il ritmo naturale del giorno: la sveglia all’alba con l’appetito di un behemoth, il passo pieno di vigore, un motivetto canticchiato camminando. Pensieri positivi col sole, nostalgie con le nubi. Fino alla sera, quando scivolo nel sonno senza pensieri.
E ieri sera, dopo un’ottima cena alla trattoria Il Bucaneve (quella dell’albergo che non aveva posto), ho recuperato la panchina dove ero rimasto tutto il pomeriggio, attendendo il momento per stendere il mio sacco a pelo. Purtroppo c’era il campo di una parrocchia romana e i ragazzi hanno sciamato fino alle 23. Poi ho raggiunto il posto che avevo individuato, ho steso materassino e sacco, e sotto la luna piena mi sono apprestato a una breve notte di sonno.
Alle 3,30 in piedi e alle 4 sono già in cammino. Ma all’ingresso di una foresta tenebrosa che più non si può, la frontale inizia a fare le bizze. Non entrerei senza luce in quel bosco di streghe e negromanti denso di versi animali e mi tocca attendere il chiarore delle 5 per riprendere la marcia. E comunque anche nel lucore dell’alba questa foresta di patriarchi incute timore e soggezione.
Il cammino procede su una carrareccia che si fa accidentato sentiero sul fondo di un remoto fosso, con solo qualche vecchio segno a indicare la via. Ma Castellafiume e la mia colazione si avvicinano. Avverto già i rumori del borgo, quando, come già altre volte avvenuto, una zona di tagli mi costringe a 45 minuti di lotta fra scapicolli e rovi. Ne esco sporco e graffiato, ma la colazione è ormai mia.
Il cammino si fa ora stradale, in costante e ombrosa discesa, allietata da numerose fonti. E alle 10 appaiono le prime case di Capistrello, borgo squassato dal terremoto del 1915, dove scocca la prima birra della giornata. Nonostante la quota la temperatura aumenta.
A un bivio devo decidere se seguire la più lunga e agevole carrabile o tentare lo scavalcamento diretto della dorsale di Colle Sforgiato, dove comunque la carta indica un sentiero. Opto per la seconda opzione e mal me ne incolse.
Dopo i primi agevoli metri piombo in un mondo intricato e labirintico di rovi e ginepri, che non saranno i pini mughi, ma sanno farsi rispettare. Sotto il sole implacabile delle 11 giro e rigiro, mi graffio e inciampo, non avendo neanche più contezza di come tornare indietro.
Sia come sia, tornando spesso sui miei passi, sono in cima, con la vista che si spalanca sui geometrici appezzamenti del Fucino e sulle tre vette del Velino.
Mi vengono in mente le impressioni di Alexandre Dumas, durante una visita in questi luoghi intorno al 1860: “Non è facile esprimere l’impressione che si prova dinnanzi a quella immensa distesa d’acqua che appare all’improvviso dopo una salita di trentadue miglia e che sembra un mare trasportato tra i monti come disse Stradone, rimirando il lago dall’alto: “Propre Albam fucentem est lacus Fucinus, magnitudine maris similis: / eo utuntur principe Marsi et finitimi omnes”. Il che tradotto vuol dire “presso è il lago Fucino, simile a un mare, di cui si servono i Marsi e i popoli vicini”.
La discesa appare ora agevole, ancorché ripida, lungo il taglio di un metanodotto. Ma presto anche qui si chiude su un terreno infido di brecce e rovi. Cerco di non cadere ma rimanere in piedi diviene una velleità irrealistica. Mi aggrappo agli alberi, mi contorco fra i rovi, scivolo, mi graffio, procedo carponi in un caldo asfissiante. Non so come arrivo giù, dove mi fiondo nel primo e unico bar che vedo. Non è un percorso fattibile.
Ed ecco il terzo periglio della giornata: per arrivare a San Benedetto devo solcare tutta la Piana del Fucino lungo uno delle sue strade dritte dove sfrecciano camion a gran velocità. Sono quindici chilometri in questa piana che è una ciotola rovente sotto il sole. Sulla strada diritta e infinita manca qualsiasi punto di riferimento e sembra di rimanere sempre nello stesso posto. Per evitare il traffico sono costretto spesso a camminare nella cunetta e intanto su tutte le vette a nord-est lampa e diluvia.
E pensare che nel 1846 Edward Lear scriveva: “Il caldo era intenso, mentre andavamo in barca a San Benedetto, tra la quale e Ortucchio vi sono vedute assai belle in direzione delle montagne di Lecce e di Venere”.
Ed ecco che la pioggia arriva anche a me, ma il refrigerio è così grato che non penso neanche a proteggermi. Pioggia e traffico: la situazione si è fatta oltremodo pericolosa. Quando ecco che si ferma una macchina che mi inviata a salire. È Natoly, un ragazzo bielorusso che mi risparmia altri 7 chilometri di pericolo e di pioggia.
Giunto così inaspettatamente di buon’ora al B&B Casa Grazia, sparpaglio tutte le mie fradice cose e, dopo una doccia chilometrica, esco con il sigaro a godermi la pioggerella fresca.
San Benedetto dei Marsi è un altro borgo distrutto dal terremoto del 1915, fatto anche questo delle casette a scatola di quegli anni, ma che conserva lo splendido portale della chiesa romanica di Santa Sabina, una domus romana e un anfiteatro. Sempre Alexandre Dumas: “Sulla estrema sponda del lago, nel paese di San Benedetto, si incontra l’antica capitale della Marsica, Marruvium Marsorum. Tutt’intorno restano le imponenti rovine di Marruvium. I ruderi delle muraglie nascoste nel terreno, l’anfiteatro coperto d’erba, i mosaici affioranti dal suolo, le tombe, le iscrizioni, le statue di Claudio, di Agrippina e di Nerone ritrovate nel 1752 e trasportate a Caserta, testimoniano l’importanza a cui dovette assurgere l’antica città della Marsica”.
Ora sono distrutto, dopo le poche ore di sonno fra due intese giornate di cammino. Meno male che ora mi attendono tre notti alloggiato, prima dell’ultima che non si sa.
 

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